Pedro & Gonzalo rating agency

L’idea della prima agenzia di rating equa e solidale è venuta a due raccoglitori di camomilla della meseta messicana, Pedro e Gonzalo. Geniale e rivoluzionario il loro metro di valutazione: il deficit pubblico è considerato un dettaglio, i criteri che contano sono il buon umore degli impiegati statali, il numero di canzoni di Manu Chao in classifica, la presenza sul mercato di beni primari come i cappellini peruviani di lana, le cartine per rollare, le collanine di perline di plastica, le collanine di sassolini forati, le collanine di noccioli di pesca. Secondo gli esperti da noi interpellati, le analisi finanziarie di Pedro y Gonzalo sono «molto discutibili se non del tutto inattendibili, e questo fa di PyG un’agenzia di rating come le altre».

(da articolo di Michela Serra su L’Espresso)

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Una volta si andava in vacanza

Quando finivano le scuole iniziava un periodo lungo in cui era possibile fare tante cose. Non sempre andare in vacanza al mare, in montagna, in campagna. Si stava in città per quasi tutto il periodo che ci separava all’ansiogeno ritorno tra i banchi. Ansia che cresceva con gli anni, soprattutto se a settembre toccava, magari, recuperare qualche materia. Il periodo in città era quasi normale fino intorno alla fine del mese di luglio, poi, rigorosamente, inevitabilmente, Torino chiudeva. La serrata della FIAT corrispondeva alla chiusura per ferie dell’intera città, quasi un milione di anime che per la maggior parte intraprendeva il solito viaggio verso lidi conosciuti. Il sud era la meta naturale per centinaia di migliaia di immigrati, senza dimenticare le spiagge liguri (in piccoli paesi di mare del ponente che all’improvviso esplodevano invasi da torinesi e milanesi) e quelle della Romagna o del Veneto.
Pochi temerari amici andavano in montagna o in altre regioni poco note, come la Toscana o le Marche. Nomi di Regioni che suonavano quasi esotici.
Torino il 2 di Agosto sembrava una città abbandonata, come nei film sul Far West. Non un bar aperto; panetterie, latterie, macellerie rigorosamente “chiuse per ferie”. I supermercati erano rarissimi e i punti di riferimento per i pochi, soprattutto anziani, che non andavano in ferie, diminuivano drasticamente.
Mi ricordo il mercato rionale vicino a casa che passava, nel giro di un giorno, da trenta bancherelle a una soltanto. Rimaneva quella che vendeva tutto l’anno prodotti in salamoia, sotto aceto, sott’olio, sotto tutto. Olive e alici quasi mummificate dal caldo d’agosto (eh sì anche negli anni ’80 faceva caldo d’estate) e nessuno in giro. Persino i cani e i gatti randagi sparivano, e ora che ci penso, anche i piccioni sempre numerosi e a portata di cerbottana, latitavano abbastanza. In strada non c’era neanche un’auto e le poche rimaste erano preda inesorabilmente delle nostre pallonate, visto che tutta la strada diventava “giocabile”: un enorme campo di calcio per i pochi bambini rimasti.
Come faccio a saperlo? Be’ una volta è capitato che anche noi uscissimo dal meccanismo delle vacanze di agosto a causa di un brutto incidente d’auto occorso a mio padre e mia sorella. Mi ricordo che siamo praticamente stati due settimane buone dentro casa, quasi senza uscire. Non c’era nessuno. Amici tutti in vacanza, negozi tutti chiusi, parenti manco a parlarne e pochissimi momenti di svago. Persino la TV era in ferie: quei pochi canali che esistevano trasmettevano serie televisive di dieci anni prima o repliche di film pallosissimi. Mi sparai in tre settimane di vero oblio l’intera collezione di Tex Willer di mio cugino e feci in tempo anche a fare un lento e reiterato ripasso di tutti i miei numerosi fumetti di Topolino.

Mi ricordo che avevamo appuntato gli indirizzi e i turni delle uniche due farmacie comunali aperte in tutta la città (sì, tutta la città). Così come i turni dei due panettieri del quartiere aperti, ma solo la mattina e dell’unica latteria nei paraggi che aveva anche un po’ di frutta e verdura.
Un godimento insomma.

Quando il binomio Grande Fabbrica di Automobili e Grande Città di Lavoratori della Grande Fabbrica di Automobili è venuto meno, agli inizi degli anni 90, anche le estati deserte sono scomparse o quasi. Nella nuova era che stiamo vivendo, da qualche decina di anni ormai, le vacanze sono un fenomeno dai contorni più sfumati. Il Grande Agosto non è più il mese delle ferie collettive e la città chiude, ma molto di meno. Sarà che comunque, ormai, ci sono solo centri commerciali con grande quantità di aria condizionata, sarà la crisi, saranno le mutate abitudini degli italiani in materia di vacanza, sarà… Ma di fatto le vacanze non sono più quello che erano una volta. Un tempo si staccava la spina veramente. Si chiudeva la porta di casa (anche con le catene alle finestre) e ci si metteva in autostrada alle 4 del mattina per non trovare traffico e caldo. Si passavano due, tre settimane in file di ombrelloni sempre uguali e sempre con gli stessi “abitanti” e si pensava poco al lavoro. Nessun cellulare, qualche telefonata ai parenti rimasti in città o ai figli maggiori liberi di scappare in qualche campeggio lontano dalla vista dei genitori.

Ora non si stacca più. Siamo legati sempre in qualche modo alla vita di tutti i giorni, con il terrore di staccare il cellulare, il famigerato Blackberry, l’amato social coso. Chi non si può permettere il viaggio esotico, la metà trendy e il viaggio ai confini del mondo lo sogna, chi se lo può permettere passa il suo tempo a inviare aggiornamenti di stato, foto e messaggi agli amici.

Mi mancano un mondo le vacanze di un tempo. Forse più semplici. Forse più povere, sicuramente più vere.

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D’estate fa caldo, d’inverno fa freddo…

E’ da un po’ che ho “in canna” questo post. Ma come si sa trascuro questo blog da un po’ di tempo e i post rimangono sempre più spesso nel mio cervello o finiscono nel turbine di pensieri e conversazioni buttate nei social media, tanto amati, tanto odiati.
Io volevo solo ribadire che i giornalisti (soprattutto televisivi) dovrebbero iniziare seriamente a farsi un esame  di coscienza sul loro lavoro, questo vale per tante cose e lo sappiamo, ma su come concepiscono da un po’ di anni la questione “meteo” e soprattutto come la trattano nei vari media raggiungiamo soglie di vera intollerabilità.
In questi anni non fa più semplicemente caldo o freddo. No, fa sempre “molto” caldo e sempre “molto” freddo. Sono almeno cinque o sei anni che sento parlare del luglio “più caldo del secolo”, dell’agosto più piovoso del millennio e dell’inverno più mite da quando esiste l’uomo sulla terra.
Non è una anomalia? Non è una buffonata?

Non è fornire informazioni sbagliate su un tema piuttosto delicato che influenza anche, e non poco, lo stile di vita delle persone?
Il meteo è una cosa seria e sicuramente “fa notizia”. Renderlo troppo il centro dell’attenzione forse è sbagliato. Personificarlo dando ai vari anticicloni nomi fantasiosi come Minosse, Scipione, Attila… è un gioco perverso che tra l’altro in fasce deboli come gli anziani genera moltissimo allarmismo.

Sarei curioso di capire se viene tutto fatto per questioni di share. Io sono il primo che nei TG aspetto solo il meteo e poi spengo. Immagino quindi che il meteo se “spettacolarizzato” possa anche essere un metodo per fare business sulla pelle della gente.

Sappiamo che dobbiamo stare in casa, bere di più, non ubraicarci, non vestirci con cappotti di lana a luglio. Ma sappiamo anche che d’estate fa caldo. Punto e basta. Poi dipende anche dove ti trovi. Ma a Torino (la mia città) d’estate c’è da sempre l’afa, a Torino d’estate sovente arriviamo a oltre 30 gradi. Non è una anomalia. E’ caldo. A volte insopportabile, ma è sempre caldo.
E d’inverno siamo sempre al freddo. Ma è inverno e fa freddo.
E’ chiaro che il clima è cambiato, ma mettere a tutti il terrore addosso per una temperatura che sale un po’ troppo è da delinquenti.
Sono stato in città in cui si toccano i 40/50 gradi ad Agosto e assicuro che sono tutti vivi e vegeti e lottano ancora con noi. Magari hanno caldo, ma non pensano che da un momento all’altro, solo perché lo hanno sentito in TV, arrivi l’Apocalisse.

 

 

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40 e qualche giorno

Qualche giorno fa ho compiuto gli anni. Questo lo sanno anche i sassi sulla Luna.
40. Numero tondo.
Ho pensato di vedere cosa avevo scritto 10 anni fa per i 30 ma, con grande stupore, mi sono accorto che non avevo ancora un blog. L’ho aperto nel 2003. Ooops.
Allora ho pensato: “ma non c’era neanche Facebook!”… E neanche Twitter… E come si faceva allora per ricevere gli auguri da centinaia di persone tutte insieme? Semplice. Non si poteva.

Be’, eppure, ne ho un bel ricordo lo stesso, anche senza blog, anche senza Facebook. Gente vera, amici veri, divertimento e risate in una serata molto speciale passata ai Murazzi.
Anche questa volta è stata speciale perché l’ho passato con le persone che più amo e più stimo.
E alla fine le persone son sempre quelle, quelle belle, quelle che hanno il sale in zucca e l’amore nel cuore. Quelle che mi conoscono e sanno che darei tutto per loro, senza neanche un minimo di esitazione. Gli altri, quelli falsi, ipocriti e opportunisti passano. Quelli veri restano. E questa è una cosa che consola, e molto.

Insomma… Cosa sono stati questi ultimi 10 anni?
Sono stati molto, tanto, tantissimo.
Dieci anni fa ero (quasi) solo io. Ora siamo in 3.
Questo è tutto. Ed è molto di più di tutto quello che potevo immaginare sarebbe stato il mio tutto.

Auguri.
(e in bocca al lupo a me, che ne ho un certo bisogno)

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C’è speranza… (o follia?)


Ieri da FNAC una signora dopo di me al banco informazioni.
– Scusi, volevo sapere se posso pagare.
(commessa) – Certo, ma cosa?
– Lo scorso anno ho comprato un Roomba; voi mi avete autenticato l’assegno, ma non lo avete mai prelevato… Quindi volevo pagare ora

(e sorride)

La commessa sgrana gli occhi.
Io spalanco la mascella.

(commessa) – Ah, quindi non abbiamo mai riscosso? E lei è venuta qui apposta oggi per pagare?
– Sì, che c’è di strano? E tra l’altro vengo anche da Pistoia.

Commessa inizia a impallidire.
La mia mascella è sulla moquette.

La commessa verifica al volo. E’ vero, l’assegno è stato bloccato, ma nessuno ha mai chiesto alla signora di pagare.
Io sono vicino all’applauso e alle urla commosse.
Mi trattengo e esco.
Esco e penso che c’è speranza. Sì, ce n’è, anche se la signora in effetti non era giovanissima.
Ma non stiamo a guardare alle sottigliezze.

Pazzesco, però.

 

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