Una volta si andava in vacanza

Quando finivano le scuole iniziava un periodo lungo in cui era possibile fare tante cose. Non sempre andare in vacanza al mare, in montagna, in campagna. Si stava in città per quasi tutto il periodo che ci separava all’ansiogeno ritorno tra i banchi. Ansia che cresceva con gli anni, soprattutto se a settembre toccava, magari, recuperare qualche materia. Il periodo in città era quasi normale fino intorno alla fine del mese di luglio, poi, rigorosamente, inevitabilmente, Torino chiudeva. La serrata della FIAT corrispondeva alla chiusura per ferie dell’intera città, quasi un milione di anime che per la maggior parte intraprendeva il solito viaggio verso lidi conosciuti. Il sud era la meta naturale per centinaia di migliaia di immigrati, senza dimenticare le spiagge liguri (in piccoli paesi di mare del ponente che all’improvviso esplodevano invasi da torinesi e milanesi) e quelle della Romagna o del Veneto.
Pochi temerari amici andavano in montagna o in altre regioni poco note, come la Toscana o le Marche. Nomi di Regioni che suonavano quasi esotici.
Torino il 2 di Agosto sembrava una città abbandonata, come nei film sul Far West. Non un bar aperto; panetterie, latterie, macellerie rigorosamente “chiuse per ferie”. I supermercati erano rarissimi e i punti di riferimento per i pochi, soprattutto anziani, che non andavano in ferie, diminuivano drasticamente.
Mi ricordo il mercato rionale vicino a casa che passava, nel giro di un giorno, da trenta bancherelle a una soltanto. Rimaneva quella che vendeva tutto l’anno prodotti in salamoia, sotto aceto, sott’olio, sotto tutto. Olive e alici quasi mummificate dal caldo d’agosto (eh sì anche negli anni ’80 faceva caldo d’estate) e nessuno in giro. Persino i cani e i gatti randagi sparivano, e ora che ci penso, anche i piccioni sempre numerosi e a portata di cerbottana, latitavano abbastanza. In strada non c’era neanche un’auto e le poche rimaste erano preda inesorabilmente delle nostre pallonate, visto che tutta la strada diventava “giocabile”: un enorme campo di calcio per i pochi bambini rimasti.
Come faccio a saperlo? Be’ una volta è capitato che anche noi uscissimo dal meccanismo delle vacanze di agosto a causa di un brutto incidente d’auto occorso a mio padre e mia sorella. Mi ricordo che siamo praticamente stati due settimane buone dentro casa, quasi senza uscire. Non c’era nessuno. Amici tutti in vacanza, negozi tutti chiusi, parenti manco a parlarne e pochissimi momenti di svago. Persino la TV era in ferie: quei pochi canali che esistevano trasmettevano serie televisive di dieci anni prima o repliche di film pallosissimi. Mi sparai in tre settimane di vero oblio l’intera collezione di Tex Willer di mio cugino e feci in tempo anche a fare un lento e reiterato ripasso di tutti i miei numerosi fumetti di Topolino.

Mi ricordo che avevamo appuntato gli indirizzi e i turni delle uniche due farmacie comunali aperte in tutta la città (sì, tutta la città). Così come i turni dei due panettieri del quartiere aperti, ma solo la mattina e dell’unica latteria nei paraggi che aveva anche un po’ di frutta e verdura.
Un godimento insomma.

Quando il binomio Grande Fabbrica di Automobili e Grande Città di Lavoratori della Grande Fabbrica di Automobili è venuto meno, agli inizi degli anni 90, anche le estati deserte sono scomparse o quasi. Nella nuova era che stiamo vivendo, da qualche decina di anni ormai, le vacanze sono un fenomeno dai contorni più sfumati. Il Grande Agosto non è più il mese delle ferie collettive e la città chiude, ma molto di meno. Sarà che comunque, ormai, ci sono solo centri commerciali con grande quantità di aria condizionata, sarà la crisi, saranno le mutate abitudini degli italiani in materia di vacanza, sarà… Ma di fatto le vacanze non sono più quello che erano una volta. Un tempo si staccava la spina veramente. Si chiudeva la porta di casa (anche con le catene alle finestre) e ci si metteva in autostrada alle 4 del mattina per non trovare traffico e caldo. Si passavano due, tre settimane in file di ombrelloni sempre uguali e sempre con gli stessi “abitanti” e si pensava poco al lavoro. Nessun cellulare, qualche telefonata ai parenti rimasti in città o ai figli maggiori liberi di scappare in qualche campeggio lontano dalla vista dei genitori.

Ora non si stacca più. Siamo legati sempre in qualche modo alla vita di tutti i giorni, con il terrore di staccare il cellulare, il famigerato Blackberry, l’amato social coso. Chi non si può permettere il viaggio esotico, la metà trendy e il viaggio ai confini del mondo lo sogna, chi se lo può permettere passa il suo tempo a inviare aggiornamenti di stato, foto e messaggi agli amici.

Mi mancano un mondo le vacanze di un tempo. Forse più semplici. Forse più povere, sicuramente più vere.

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2 commenti

  1. di quelle vacanze lì, mi manca il tempo lungo, che riuscivi quasi persino ad annoiarti, i ritmi lenti e il distacco pressochè totale come dici tu.
    oltre alla porta di casa si chiudeva un mondo e se ne apriva un altro che pur con tutti gli imprevisti – le code in autostrada per un cantiere improvviso, i nubifragi in campeggio, un incidente per fortuna senza conseguenze se non per la macchina che ci costrinse un agosto anziché a fare un giro della toscana con la roulotte, a soggiornare per due settimane a siena durante i giorni del palio facendoci praticamente “adottare” da una famiglia di ocaioli – pareva meraviglioso
    bello sì.
    sniff.

    (e in straultraritardo auguri di buon compleanno!