La parte bella di noi.

I bambini hanno i poteri speciali. Loro sono meglio di noi. Loro sanno cosa è il sapore della vita, lo stupore, la bellezza, la sincerità. Sanno fare le magie. Sono l’umanità bella, quella che quando fa domande si aspetta risposte vere. Quella che non ha interesse per le cose inutili. Quella che sa superare un momento brutto solo con l’amore. Sto imparando tanto da mio figlio.

Dovremmo tutti fermarci ad ascoltare la parte bella della vita. Quella che conta davvero.

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“Ha un sacco di like”

Ieri mia moglie, tornata dalla riunione di classe con le docenti e i genitori della classe di mio figlio (seconda elementare), mi ha comunicato che le docenti sono un po’ preoccupate: hanno visto aumentare esponenzialmente, in questi mesi e negli ultimi anni, l’influenza dei social media (e soprattutto di You Tube e Instagram) sui bimbi piccoli. L’influenza che si manifesta con la frase, forse presa in prestito da genitori o da fratelli maggiori, “Quel video ha un sacco di like“.

Subito dopo aver parlato con mia moglie mi è venuto in mente un bell’articolo di qualche tempo fa scritto da Piero Dominico su NÓVA, che ogni tanto vado a rileggermi e che vi consiglio.

Un tempo avremmo chiamato tutto questo “innovazione”, ora anche i più entusiasti (io ero tra quelli) si fermano davanti a qualche aspetto meno positivo e parlano di “cambiamento”. Innovazione è un concetto positivo. “Cambiamento” un po’ meno. È neutro.

Non sono in grado di dire se avere la “tecnologia” al centro sia diventato un problema, non ne ho la forza e neanche la capacità intellettuale, ma vorrei soffermarmi sui cambiamenti epocali a tutta la struttura sociale umana in tutte le parti del mondo che, con grande velocità, abbiamo visto comparire davanti ai nostri occhi. Parlo del mondo dell’informazione, della cultura, della politica, dell’intrattenimento, del commercio.

Quando, anni fa, lavoravo per un piccolo ma glorioso centro di ricerca ICT piemontese, ero uno dei fan più accaniti dell’idea di innovazione. Un’idea pura e anche – a guardarla ora – un po’ ingenua. Pensavamo alla tecnologia come un mezzo per raggiungere il futuro in fretta, all’arrivo del “mobile” come una grande opportunità e ai tanti nuovi contenuti “video” come una grande ricchezza che era lì, pronta per esser colta e distribuita a tutti. “Arricchimento” era la parola più usata. – Saremo più ricchi di sapere e combatteremo il digital divide perché tutti possano cibarsi di informazioni e contenuti, magari creati dagli utenti (UGC), gratuitamente e in tempi ristrettissimi – pensavamo.

Ora sono sempre più convinto che avessimo preso una cantonata. Un po’ come quei pionieri che pensavano che l’aereo ci avrebbe resi simili a Dio e indipendenti nei movimenti personali. O a quelli che credevano, negli anni ’80, che il Computer avrebbe, grazie alla sua potentissima capacità di calcolo, risolto i problemi dei ricercatori a caccia di rimedi a malattie tremende per l’Umanità.

Si diceva: la “velocità“. Nessuno pensava che i cambiamenti sarebbero stati così rapidi. Vedevamo solo cambiare la velocità dei nostri processori, ma non ci rendevamo conto che la Rete diventava sempre più permeante e che lo smartphone avrebbe nel giro di pochi mesi cambiato i destini del mondo. Neanche i costruttori “storici” di tecnologia mobile se lo sono immaginati. E quelli che dominavano (Nokia, Blackberry), non cavalcando l’onda (forse per caso forse per stupidità o arroganza), ci hanno rimesso pure le penne.

Poi è arrivato Facebook. Il “re” dei Social Network. La voce per tutti, sempre acceso, sempre connesso, sempre popolato, ricco di voci (soprattutto lamenti), ricco di tutto. Un mostro a cui tutti siamo attaccati. Un mostro che ha persino distrutto la tanto odiata e-mail. La prima cosa che facciamo la mattina appena svegli è guardare tra le sue notifiche o cercare nuovi messaggi su WhatsApp.

Il concetto di innovazione regge ancora, ma vacilla (almeno nei cuori dei primi amanti del web come il sottoscritto). Il dubbio che mi attanaglia è che il focus oggi non sia, soprattutto per le nuove generazioni, un paesaggio bellissimo o un bel quadro d’autore, ma il dito che lo indica, la foto che lo ritrae e che gira da un social a un altro. Più che un dubbio, una quasi certezza.

Cosa vuol dire per un bambino di 7 anni “Quel video ha molti like?”. Nella mia mente di innovatore ultra-quarantenne non vuol dire nulla. Ma in realtà vuol dire moltissimo. Vuol dire che siamo stati superati e che la velocità è molto sostenuta, più di quello che potessimo immaginare anche solo cinque anni fa.

Mio figlio sa già che può vedere tutto quello che vuole in TV. Si aspetta di poter rivedere un cartone animato se se l’è perso. Si aspetta di vedere subito tutto ciò che in quel momento gli interessa. Cosa gli rimane? Sta assorbendo informazioni davvero? Abbiamo una capacità così elevata come essere umani di subire questo tipo di sollecitazioni sociali e legate al contenuto?

E poi: il contenuto di cui fruiamo aumenta davvero il nostro livello culturale? Si solidifica dentro di noi, crea degli strati permanenti nel nostro bagaglio culturale? Secondo me no. Il video che “ha più like” è un video che ha valore non tanto per quello che contiene ma perché a tanti piace. E questo è un valore sì, ma non è un elemento che ne connota una qualità oggettiva ma “sociale”.

Se questi sono i canoni che i nostri figli stanno assorbendo non posso che essere preoccupato. E – attenzione – non mi spaventa l’essere sempre connesso e legato a un social network (cosa di per sé abbastanza disumana), ma essere connesso a un fiume senza controllo in cui non sia possibile trovare neanche un masso dove aggrapparsi. Noi “adulti” qualche freno lo possiamo trovare, ma i più piccoli ci riusciranno? Non ho una risposta a questa domanda. Ma solo la speranza che la mia sia una paura ingiustificata.

Forse le nuove generazioni scopriranno in fretta come usare davvero a loro vantaggio il cambiamento della nostra società e delle nostre abitudini.

Per loro infondo non è un cambiamento ma è la vita normale. Invece per noi adulti, oltre a essere paura, è anche nostalgia.

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Primavera

L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

La primavera, Grazia Deledda

 

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