Robin e il tunnel…

naso clownTornare da quel tunnel non è possibile o è molto difficile, ma si possono accendere le luci con molta pazienza e coprirsi se fa freddo o se fa troppo caldo, sapendo che pochi ti capiranno e che pochi ti verranno a soccorrere. Te la dovrai cavare da solo tra mille “Aiuto, il lupo!”. Non è facile. È una prova di coraggio, di carattere, un costruire giorno dopo giorno un muro che non sia troppo alto per evitare che sia invalicabile dagli altri, ma sufficientemente alto per sentirsi protetti. Le persone che ti stanno intorno non sempre capiscono e questo spesso fa molto male. Ci provano, ma è troppo difficile raccontare così come è troppo arduo provare a capire. È, credo, come raccontare un mancato affogamento. Fa male il ricordo e al solo pensiero tutto il corpo si ribella.

Riposa in pace Robin. Il mio attore preferito (davvero), l’unico di cui ricordo tutti i film che ho visto (e da cui ho sempre tratto – nella loro leggerezza – molto insegnamento).

T’amo senza sapere come, né quando, né dove.
T’amo direttamente senza problemi né orgoglio.
Così ti amo perché non so amare che così, così vicino che la tua mano sul mio petto è la stessa, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col sonno mio…

Hunter ‘Patch’ Adams ()
La frase è di Pablo Neruda.

Primo agosto…

Lasciata la nonna e salutato l’orto ci si avventurava per la strada del mare. Sapore di anguria, il fresco degli alberi, il sole che faceva capolino e la voglia di vedere la spiaggia, bianca, sterminata e gli ombrelloni blu e azzurri mossi dal vento. Là in fondo il mare blu, calmo. Piatto.

Si arrivava al tardo pomeriggio. Il tempo di andare in spiaggia a cercare amici e parenti e prenotare l’ombrellone. Il Clodia sempre uguale. La vernice sulle sdraio blu data da poco. I bagnini già molto abbronzati e sempre scontrosi.
Si scaricava l’auto. Si saliva in casa e si aprivano le finestre per togliere l’odore di chiuso. In pochi secondi entrava il profumo di salsedine.
La voglia di scendere e giocare. Di inforcare la bicicletta e andare.
Il papà e la mamma in agitazione, poco tempo per pensare alla cena.
La zia proponeva la solita pizza. Proposta accettata.

Calava la sera.
Le luci sul lungomare, uno spettacolo.
Le voci che arrivano dalle signore con le loro poltroncine a bordo strada. Il profumo dell’estate nell’aria. Sa di creme abbronzanti, di bomboloni, pizza e gelato.

Era il mio mare.
Era il mio primo agosto.

L’orologiaio estinto

Mentre fervono i preparativi per il compleanno del piccolo, scappo a fare una commissione: devo trovare un orologiaio in zona per cambiare la batteria del Tissot fermo da un paio di mesi. Con estrema meraviglia mi accorgo che in Crocetta, San Paolo (un pezzo) e Santa Rita (un pezzo, ma molto commerciale) gli orologiai di una volta sono spariti. Chiusi per ferie, falliti o banalmente chiusi il sabato (eh???). I due che trovo (vuoti) mi controllano la retina prima di farmi entrare (con mano alla pistola sotto al bancone) e poi mi comunicano che il cambio batteria è procedura complessa (certo) e che ci vogliono 5 giorni lavorativi. Ribadisco che vorrei il cambio di batteria e non la ricostruzione dell’orologio e loro mi rimbalzano dicendo che il mio è raro e va mandato alla casa madre. Costo operazione indefinito. Augurando a loro le peggio cose, tornando a casa, mi accorgo di una gioielleria piccola e carina in corso Racconigi (quasi angolo via Braccini) dove in 4 minuti una zelante fanciulla procede al cambio per 6 euro + sorriso e gentilezza. Da tutto questo nasce una mia riflessione: è vero che non ci sono più orologiai (anche perché l’orologio di per sé è diventato obsoleto), ma è anche vero che quelli che sopravvivono si adattano alle circostanze, combattono l’arrivo dei Cinesi e di Amazon con stile, simpatia e onestà. Gli altri si fottano. E se non si sono già estinti, spero che la cosa sia veloce e indolore.
(Questo, è sottinteso, vale per tante altre categorie merceologiche)

Auguri Amore

Auguri amore mio. Buon compleanno.
Tu che non sei su Facebook, tu che vivi in un bellissimo mondo analogico ma vero. Tu che sei da anni il mio piccolo faro sempre acceso. Tu che mi hai insegnato cosa è l’amore. Tu che mi porgi sempre un bicchiere mezzo pieno, e a volte stracolmo. Grazie per come sei. Un pezzo bellissimo di questo mondo. Del mio (nostro) Piccolo Mondo.

Buon compleanno Cri!
Andrea e Lorenzo.

Trenitalia e il tempo si ferma…

C’è il Frecciarossa, c’è il Frecciabianca… Poi ci sono il Merdatreni. Quelli degli anni ’80 in cui l’unico aggiornamento nel nuovo Millennio (a volte) sono le tendine ignifughe (già montate sporche). Nel Frecciarossa ci sono i monitor, le voci che ti dicono le fermate, il wifi (anche se sappiamo come va) ed è tutto più o meno bello. Almeno nuovo. Nei Merdatreni, che sono gli stessi che prendevo nel 1988 per andare ad Alassio in giornata con amici, ci sono i finestrini bloccati, il sedili con i fori di proiettile o mangiati dai pidocchi e i cestini dell’immondizia con dentro le cartine dei bigbabol del 1985. Le gomme abbandonate di quest’ultimi invece sono le stalattiti su cui poggiano i sedili. Sui Merdatreni, che si possono anche pagare modernamente on line, ci sono le carrozze di prima classe identificate da un biglietto di carta con su scritto a penna (manco con il pennarello): 1a classe. Sui Merdatreni per andare in Liguria d’Estate fino a Fossano o Mondovì viaggi in piedi o per terra. Non importa che tu sia uomo, donna, bambino, anziano o in attesa di prole. Sui Merdatreni i cessi ci sono, ma non funzionano e se funzionano è meglio non entrare se non si è fan di Robert Rodriguez.
I Merdatreni sono un’istituzione, viaggiare in piedi un buon metodo per non annoiarsi e la qualità del servizio di Trenitalia un fantastico patto col Diavolo: il tempo che si è fermato e l’anima (de li mortacci loro) venduta all’innominabile in cambio del non-progresso e dell’incuria insolente.
Trenitalia è la metafora più azzeccata per raccontare il nostro bel Paese.