Volevo dirti che nella tua sfiga da essere umano privo di coglioni e di cervello oggi sei stato fortunato. Molto fortunato.
Sì perché se mia madre si fosse anche solo sbucciata un ginocchio durante la tua aggressione mi avresti trasformato nel tuo peggiore incubo. Ti avrei trovato prima o poi e donato infinite “dosi” di sberle tanto da farti pentire di essere quell’animale che sei.
Penso che quelli come te andrebbero internati per molti anni in case di cura con muri molto alti e tante mazzate giornaliere.
La mia cultura democratica e cattolica va in frantumi davanti a larve come quelle della tua specie.
Sei fortunato. Solo che non lo sai. In questo momento sei probabilmente accovacciato su una panca con la spada consolatoria nel braccio. Non mi fai pena.
Fottiti stronzo.
Arancia meccanica e Gormiti…
L’altra sera ero in terrazzo e guardavo giù, nell’area pedonale sotto casa.
Un sacco di ragazzini giocavano (con molte urla e schiamazzi) a … nascondino.
– Che bello! – mi son detto… E ho anche scritto sul mio profilo di Facebook “quasi quasi scendo e gioco anche io”…
Poi da lì a poco è esplosa una bomba carta (vera e rumorosissima) e gli stessi ragazzini si son messi a scappare ridendo.
Poi son comparse delle spranghe d’acciaio e gli stessi ragazzini (non tutti) hanno iniziato a danneggiare lo spazio giochi dei bimbi.
Ecco.
Qualche giorno dopo la polizia ha fermato qualcuno di loro. 12, 13, 14 anni… Spranghe, spray, pennarelloni neri… coltellini e bombe carta.
Io son due giorni che penso a ‘sta cosa e non mi do pace.
Molti adulti che giudicano, sentenziano e se ne fregano hanno la responsabilità di tutto questo.
Sia quelli che dicono “son solo ragazzini”… Sia quelli che dicono “buttiamoli dentro e gettiamo ai rovi la chiave”….
(per non parlare di quelli che subito chiedono se in mezzo ci sono “ovviamente” ragazzini extracomunitari)
Poverini, si eran sbagliati…
Un pezzo dell’intervento di oggi del direttore del Secolo, Flavia Perina, fedelissimo di Fini.
Io vado a prendere una pastiglia contro la gastrite… Buona lettura.
Già, perché dal ‘94 a oggi il Cavaliere non è stato solo una macchina del consenso, come lo raccontano in toni macchiettistici i suoi laudatori (“I voti li porta solo lui”) o i suoi detrattori, non ha incarnato soltanto una leadership populista così intensa da incardinare nel Paese un bipolarismo ad personam sconosciuto in Occidente (pro o contro di lui), ma è apparso a lungo come il principale titolare della parola che affascina le democrazie moderne e a cui tutti i leader contemporanei si ispirano: cambiamento, change, rupture. Se autocritica deve essere, allora, questo è il punto su cui concentrarsi: non le caratteristiche personali di Berlusconi, non il suo cesarismo, non la sua intolleranza alla critica o il modello dell’«uno che pensa per tutti», ma l’illusione che il modello populista – carisma e voti – possa costituire una scorciatoia per la modernizzazione che il nostro Paese attende ormai da un ventennio.
Ammettiamolo: ci abbiamo creduto. E in questo siamo stati condizionati da una cultura di riferimento che ruotava intorno alla retorica dell’“uomo forte”, alle suggestioni autoritarie, al compiacimento per l’estremismo e a tutta una serie di caratteristiche negative collegate a quel tipo di modello, dall’incantamento plebiscitario allo spirito di intolleranza verso gli avversari. È questa, a mio avviso, la vera riflessione che il mondo della destra deve fare: abbiamo sbagliato perché dopo tante “svolte”, dopo aver tanto ragionato sulla politica post-ideologica e sulle sue nuove categorie, ci siamo cullati nell’illusione che ci servisse un “Peron italiano” per approdare al mondo nuovo senza renderci conto che, al contrario, quello schema avrebbe bloccato il Paese nell’ossessiva caccia al consenso tipica di tutti i Peron (e non c’è riforma, non c’è cambiamento, non c’è modernizzazione che non richieda un pedaggio in termini di popolarità).
Magari poi qualcuno ci racconterà anche la verità.
Ovvero… Perché Gianfranco (così lo ha chiamato un giornalista del Tg1 stasera) ha lasciato Silvio e viceversa.
Io qualche sospetto ce l’ho.
Le tre generazioni…
Questa foto è recente, è di giugno di quest’anno. Le tre generazioni della famiglia Toso.
Ezzelino Toso, il piccolo Lorenzo Toso e il sottoscritto.
Tre generazioni che si sono incrociate per poco, perché da oggi Ezzelino non c’è più.
Non riesco a scrivere altro, ma qualcosa dovevo scrivere. Più per me stesso che per altro.
Ora il dolore è immenso. Immenso. Immenso. Immenso…
Arrivederci papà. Ti voglio bene.
(Toso Ezzelino, Rovigo 21 luglio 1930 / Torino 26 agosto 2010)
Amico mio, padre mio
Resisti. Non mi lasciare.
Un anno di Lorenzo
Un anno fa (più precisamente, il 28 luglio alle 18.00) sono diventato papà.
Un anno fa infatti ho conosciuto per la prima volta Lorenzo… Il piccolino aveva fretta di uscire e ci stupì con un anticipo di quasi venti giorni, nella giornata più calda della scorsa estate e con la sicurezza che non eravamo preparati. Ma come si può essere preparati?
Quando l’ho visto la prima volta era seduto su una bilancia come un piccolo buddha, i capelli neri tutti spettinati, la pelle grigia e il nasino storto. E’ stato amore a prima vista. L’infermiera che mi richiamava in sala parto aveva esordito con un “vada di là a conoscere il nuovo membro della sua famiglia”… E io non capivo ancora bene cosa stesse dicendo. Per me la famiglia fino a quel momento era composta da due persone, Cristina e io.
Ora eravamo in tre. Cristina, io e il piccolo buddha grigio con il naso storto.
Nell’ultimo anno grazie a lui (e alla sua fantastica mamma) sto vivendo l’avventura più bella della mia vita.
Auguri piccolino mio.

