A Marzo del 2003 nasceva Axellweblog (la forma primitiva di questo blog). Si era su Splinder, si era in pochi. Ci si raccontava un sacco di cavolate. Ma il clima era bello, un po’ scanzonato, un po’ cazzone. C’erano già quelli che se la tiravavano, quelli che scrivevano libri o che avrebbero voluto farlo, quello che dicevano che i blog avrebbero cambiato il mondo.
A Marzo del 2005 mi spostavo su WordPress e nasceva effettivamente questo blog. Cosa era successo? Be’ un po’ di tutto, ma fondamentalmente ci sentivamo un po’ più élite… Ci denominavano “i blogger”, come se fossimo in dieci, mentre eravamo migliaia. Alcuni rimasero della loro convinzione: “siamo in dieci, al massimo in dodici, come gli apostoli”. Molti erano guru, altri rimanevano simpatici cazzoni, altri ancora facevano il verso ai giornalisti dicendo che prima o poi la casta (quella degli antichi giornalisti) sarebbe scomparsa. Ora molti di loro scrivono sui giornali, pubblicano libri, partecipano a trasmissioni tv e in mezzo abbiamo visto: classifiche di blog, convegni, ancora libri, rodei, camp, fest e tanto altro ancora.
Intanto sono nati i Flickr, gli Youtube, i Del.icio.us e chi più ne ha più ne metta. Ma si sa, era roba da pochi. Pochi eletti. I blogger, quelli “dal basso”, quelli che sanno tutto e che rovesceranno il mondo.
In quel periodo leggevo almeno un centinaio di feed al giorno, mi informavo su quello che facevano gli altri (i pochi) e ridevo un po’ dei guru, quelli che dicevano frasi del genere: “l’acqua è calda, perché ha una temperatura superiore di quella fredda e io lo so, perché questa è comunicazione dal basso, partecipativa, collaborativa e ‘sti cazzi”.
Marzo 2011.
Son passati 6 anni. Questo blog ha molti meno lettori di una volta e io scrivo molto meno. Ho anche un figlio. E questo è sicuramente più bello e più impegnativo di avere 1000 lettori del tuo blog. Diciamo che ti “sposta un po’ l’attenzione”.
Oggi dopo 5 mesi esatti ho riletto i feed a cui sono iscritto su un impolverato Google Reader… E ho trovato il post di Enrico che una volta si chiamava Suzukimaruti (per via di una vecchia auto della mamma, ci disse) e ora si chiama solo come sé stesso: Enrico Sola, ma con il trattino in mezzo. Inutile dire che ci piaceva di più Suzukimaruti con l’orribile hostess dell’Aeroflot sulla testata. Ma tant’è. In fondo è caduto anche il muro di Berlino. E siamo sopravvissuti a mille altre catastrofi, compresa la nascita del PD.
Enrico nel suo post ha ragione. E lo dice con la solita bravura.
Il mondo dei blog è come una vecchia scatola impolverata. Io dentro al mio reader, con grande stupore ho trovato per alcuni blogger, che un tempo sputavano decine di post al giorno, appena 4 o 5 aggiornamenti in 5 mesi.
I guru sono rimasti, molti hanno la giubba rossa, altri hanno ormai una famiglia e si sentono di meno. Hanno scritto libri e partecipato alle trasmissioni tv, ma il loro ciclo pare un po’ lì lì per finire. Blogger con il riportino insomma.
Nel frattempo è nato Facebook e tutti, o quasi tutti, sono finiti in rete. In quella rete che non ha più un nome perché si chiama semplicemente Facebook. Brutto, forse sì o magari no. Infondo è la gente che decide. E’ sempre così.
Second Life insegna e MySpace conferma che alla fine vince sempre la maggioranza, e la maggioranza non è il meglio è sempre quella più numerosa. Ma non è il meglio. Anche se c’è da dire che Second Life e MySpace (sono) erano veramente pessimi e orribili. Ma non è questo il punto.
Ora rimane da capire cosa fare di questo blog.
Io lo continuerò ad aggiornare, perché mi sembrerebbe come aver perso un pezzo di me da qualche parte.
In fondo io amo questo posto, tanto quanto odio Facebook. Ma ci sono i locali rumorosi dove ogni tanto vale la pena mettere il naso (perché ci sono tutti) e quelli intimi dove bere una birra da solo sfogliando un libro (perché non c’è nessuno).
Marzo del 2013.
Me lo do come tappa e non come meta (forse). 10 anni di blogging, scanzonato, ironico e serissimo custoditi in un server in Texas. Vedremo. Intanto vado a scrivere su Facebook che ho aggiornato il blog.
