Bella e incoraggiante iniziativa del regista torinese Luciano De Simone e di Carlo Massarini, per il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Si chiama Grand Tour ed è una sequenza di video interattivi realizzati in Flash con itinerari guidati e ragionati nelle città italiane (anche in versione mobile e podcast).
Si parte da Torino, e l’esperienza è assolutamente interessante. Peccato per il sito all Flash (andrebbe proibito per legge), per il resto complimenti ai realizzatori. Altro che Italia.it…
“Torino, il più bel quadro da cui l’occhio umano possa essere colpito” [J.J.Rousseau]
Piccola cronaca di una vacanza provenzale (2)
Come promesso (eravate in ansia eh?) torno a parlare della recente vacanza francese. Avrei molte cose da dire rispetto al cibo francese, provo a raccontarne qualcuna. Vado per ordine con un bell’elenco.
La baguette.
E’ il loro piatto nazionale, non ci sono dubbi. Non ricordavo neanche lontanamente il gusto della vera baguette, che è eccezionale, un pane che va bene anche per far colazione, ma è con la scarpetta italica che da il suo meglio. La cosa che lascia perplessi è che la si trova ovunque, anche al di fuori delle boulangerie (panetterie). La vendono dappertutto, anche dal tabacchino o all’edicola. Hanno il loro fornetto, le baguette (credo surgelate) e tac! Vedi gente uscire dall’edicola con il giornale e la baguette categoricamente sotto il braccio. Una cosa che fa un po’ rabbrividire e che parzialmente è mitigata dalla comparsa di fazzolettini di carta con i quali viene avvolta almeno la parte centrale a mo’ di impugnatura. In ogni caso il tempo di vita di una baguette è di poche ore poi, come nel caso di quelle nostrane, diventa di gomma, ottima per sostituire la pallina nel gioco del tamburello da spiaggia.
Le brioches.
I mitici croissant francesi sono stati una delusione, carichi di burro (gusto non alienabile se non con un coca e avana a seguire) e vuoti, inesorabilmente vuoti. Le dimensioni sono anche tendenzialmente esagerate, a volte sembrano delle micro baguette. Abbiamo ripiegato più volte nelle brioches del supermercato, di burro anche loro, ma almeno più commestibili.
Pizza
Qui si entra nel giro dei “finti prodotti italiani”. La pizza non sanno cosa sia, anche se ovunque è pieno di “pizzerie napoletane/siciliane” dai nomi fantasiosi (sembrano presi direttamente dal libro de Il Padrino) e le pizze, oltre a costare un’enormità (10 euro una “marguerita”!), hanno anche ingredienti fantasiosi.
I francesi, infatti, non usano la mozzarella, usano la mozzà… che è simile ad un incrocio tra una mozzarella e un pezzo di fontina, è quella versione iper filante e gommosa che si trova anche da noi. Il più delle volte viene sostituita con l’emmental e contornata di ingredienti strani come il pollo (!!!). Non trovare una pizza “italiana” a 200 km dal confine lascia un pochetto perplessi.
Gelato.
I francesi sono gli inventori del cono gelato: la parisienne appunto. Non è male, ma è costosissimo.
Comunque sono diffusissimi (molto più che da noi) i miscelatori automatici di gelato con tantissime varietà (le macchinette con la leva). Non provati per disgusto al sol pensiero. Sono un purista anche nel gelato.
L’acqua.
La mitica Perrier è acqua da duri. Il rutto è assicurato al primo sorso e disseta da matti, ma è anche carissima.
Ci siamo sparati mille bottigliette d’acqua mentre eravamo in giro o in spiaggia e abbiamo assolutamente evitato (dopo i primi giorni) l’acqua naturale in bottiglia al ristorante. Le marche erano sempre le stesse: Vittel, Evian, Perrier, San Pellegrino. Nel primo caso una bottiglia da 75cl costava al tavolo 8 euro (!!). Abbiamo declinato su caraffe d’acqua del rubinetto (quella purificata), come facevan tutti.
Cozze (Moules)
Piatto spettacolo, sempre in quantità eccezionali e spesso distribuite anche per strada.
Non credo di aver mangiato mai tante cozze in vita mia. Alla marinara, alla provenzale, al formaggio. Le varianti sono tantissime e il costo è abbordabile.
Stranamente il piatto tipico provenzale prevede cozze spagnole. Mistero.
I supermercati.
Vicino a noi solo supermercati della catena Casino! (con le varianti Grand Casino e Petit Casino).
Una catena simile a quelle di casa nostra (che son quasi tutte francesi). Disposizioni simile, prodotti vari e abbondanti con un enorme presenza di succhi di frutta anche in taniche (mirtillo, arancia, fragola, cedro!) e tantissime bibite. Assenza totale di pasta se non una versione incolore di “tagliatelle all’italiana” (quasi bianche, sembravano tagliatelle di riso) e di cracker o prodotti simili, sostituiti da biscotti con tutte le varianti del mondo, compresi i biscotti dolci ai capperi. La pesa degli ortaggi e della frutta la fanno loro alla cassa, che è munita di pesa. Curioso.
Non ho visto gli RFID di cui parla i buon Suz, ma io ero in un piccolo paese di mare, non molto all’avanguardia tecnologicamente.
I surgelati erano pochissimi, credo per la grande presenza di catene come Picard che vendono solo quelli (anche da noi).
Il famoso prosciutto di Parigi (jambon de Paris) era sostituito ovunque dal “prosciutto de Parme”…
Caffè
Eccoci alla nota dolente. Quello che dirò sul caffè francese mi farà passare definitivamente per l’italiano che va in vacanza all’estero e cerca cibo e bevande italiane.
Beh, in parte è così, ma posso transigere su tutto, anche sulle penne alla calabbrese (con due “b”) cucinate con emmental e curry, ma non sul caffè.
La ricerca, sin dal primo giorno, è stata disperata. Io sono un cultore del caffè, io adoro il caffè. Il 50% del mio corpo è fatto di quella meravigliosa bevanda calda di colore scuro che si chiama “caffè”.
Errore dei primi giorni: chiedere un “caffè all’italiana espresso”. Arrivo inesorabile di brodaglia nera fino al bordo della tazzina. Con annesso sorrisino del cameriere, come a dire: “et voilà, ecco un vero caffè italiano!”.
Abbiamo capito che l’unico modo era chiedere un “caffè serre serre serre” (stretto stretto stretto). Così la possibilità di avere qualcosa di bevibile era più alta, ma non soddisfacente. Alla richiesta del “caffè macchiato” scattava comunque la brodazza, ma di colore più chiaro. In un caso, alla mia richiesta di portare il latte a parte, ci è toccato pure ricevere uno scontrino con richiesta di pagamento per il latte “a parte”. Richiesta ovviamente non esaudita.
Insomma. Caffè italiano (Illy o Lavazza), macchine per il caffè italiane (San Marco, Saeco, altre di gran nome), tazzine a corredo con tanto di loghi e il più delle volte il risultato era comunque una … brodazza.
Unici caffè degni di nota: quello preso a Saint Tropez (magari perché è più vicina all’Italia…), e quello preso al Porto di Bormes da un tizio che lo sapeva fare. Poi abbiamo scoperto che il tizio lo sapeva fare perché non spegneva la macchina!!! Sì, tutti dopo aver fatto il caffè, spengono la macchina. E allora!!!! Popolo di incivili.
A parte gli scherzi… il mistero rimane, come è possibile che vinca la brodazza (che costa comunque sempre 1,5 euro) a dispetto di un sano caffè come dio comanda?
Diciamo, per finire, che siamo andati avanti a pesce (ottimo), patatine fritte e bistecche grosse come tavole da surf e, nella sostanza, dopo aver capito un po’ di cose, ce la siamo cavata egregiamente. Comunque cucina poverissima, in confronto alla nostra, che è sicuramente la migliore del mondo, per varietà e per creatività. Almeno in qualcosa primeggiamo.
Almeno noi sappiamo fare il caffè.
Placido Venerdi 17
Oggi è Venerdi 17… e Placida ci racconta qualcosa in diretta TV. Mitì sei sempre splendida.
(ho messo su il video senza montaggio, alla veloce, prendetelo per quello che è…)
Ecco il link diretto.
Piccola cronaca di una vacanza provenzale (1)
Ecco il primo post con un piccolo resoconto della vacanza in Provenza. Ho faticato un po’ a scriverlo. Anche perché ho la mente ancora in vacanza e ho difficoltà emotive serie se tento di raccontare qualcosa. Mi sembra di chiudere un’esperienza e non ho nessuna voglia di farlo.
Allora.
Siamo stati in Provenza. Dov’è la Provenza? Beh, non mi è chiaro. Ovvero, si trova sicuramente nel distretto della Var, ma è anche un po’ in Costa Azzurra. Non c’abbiamo capito nulla delle delimitazioni geografiche francesi. In ogni caso se fate 250 km da Ventimiglia costeggiando la costa francese siete arrivati. Noi eravamo a Bormes les Mimosas, un meraviglioso paesino a pochi chilometri da Hyeres, un cittadone medievale vicino a Toulon.
Il viaggio è stato bello, anche se costellato da mille pedaggi con cestino della moneta (bizzarri questi francesi). Ma le autostrade francesi almeno sono splendide e veloci, non hanno lavori in corso e non sono frequentate da tamarri che si mettono sulla 3a corsia e ti fanno i fari. Se li trovi, 2 volte su 3 hanno un BMW o un Suv e sono italiani. Sembra incredibile, vero?
Noi eravamo a Bormes La Favière (credo si scriva così), ovvero il porto di Bormes (si pronuncia Borrrm), che in realtà è un borgo a 5 km nell’entroterra su una collina ricoperta di pini e ulivi da cui si domina tutta la costa.
Il porto e la località erano un pochetto da sfigati. Belli per carità! Ma con tutti i difetti della località di mare turistica e solo turistica e con niente da vedere, se non il mare, tonnellate di ristorantini di tutti i tipi, negozi di articoli da mare, bar, panetterie piene di ottime baguette. Turisti italiani pochissimi. Turisti francesi, la maggioranza. E questo era un bene, anche perché di Italiani ne vedo fin troppi durante tutto l’anno.
L’unica volta che abbiamo beccato degli Italiani li abbiamo riconosciuti perché in spiaggia cantavano la canzoncina tormentone “spaccaballe” dei Mondiali di Calcio. Ci siamo capiti.
La Provenza è bellissima, curatissima, perfetta, quasi finta. Non era stagione di lavanda e mimosa (rintracciabile con sapone di Marsiglia in tutti i negozi della Provenza), ma di olive e uva si. Abbiamo visto ettari e ettari di vigne e di uliveti. I Francesi sono un popolo che ama l’ordine e si vede in ogni piccolo particolare, dalla striscia del parcheggio all’insegna del bar. Sono precisi, scrupolosi, quasi maniaci dell’ordine e della pulizia. Persino i cassonetti dell’immondizia sono carini.
Ma dei Francesi parlerò poi. Mi preme ricordare che da buoni italiani siamo impazziti già il secondo giorno per il cibo e per la ricerca disperata di un caffè vero. E’ stata dura, ma siamo sopravvissuti. La loro cucina è povera, costosa e … un pochetto banalotta, anche quando ci siamo spinti in locali non da turisti abbiamo trovato piatti poveri e privi di anima. Pasta e Pizza all’Italien prevedevano quasi sempre ingredienti un po’ bizzarri, dal curry nelle penne alla calabrese all’emmental nella pizza Margherita (Marguerità).
Credo invece che dedicherò un post ad hoc solo per il caffè.
Le spiagge intorno a Bormes e a Saint Tropez sono molto belle. Quasi sempre di sabbia bianca, pochi stabilimenti e parcheggi gratuiti! (se non nelle spiagge private). Sì, i parcheggi. Questo è un fattore importante. Ogni paesino che abbiamo visitato era dotato di centinaia di posti auto assolutamente gratuiti, anche vicino alla spiaggia.
I parcheggi a pagamento erano rari, sostituiti da quelli con disco orario (da noi rarissimi) e affiancati da parcheggi “veloci” che da noi non esistono. Si tratta di parcheggi contrassegnati con un’area blu e posti in prossimità di banche, posta e farmacie. Sono gratuiti e la sosta può essere di soli 15 minuti. Dopodiché, statene certi, comparirà un gendarme e vi farà gentilmente sloggiare.
Direi che la prima parte della cronaca vacanziera in terra di Provenza può terminare qui.
Date un occhio alle foto che ho buttato oggi su Flickr, a parte quelle dove compaio io, ce ne sono di carine.
Alla prossima puntata. Parleremo di supermercati, pane, cozze, petanque, wifi e caffè serre serre serre!
In my eyes
No, non è un titolo di una canzone. E’ che oggi sono stato all’oftalmico. Mi portavo dietro un odioso fastidio agli occhi dai primi giorni passati in Provenza. Ho pensato dapprima alla sabbia e all’effetto dell’acqua di mare, ma poi i moscerini neri che vedevo (vedo) nel mio occhio sinistro sono diventati fastidiosi, fastidiosissimi.
Così sono andato all’oftalmico. Il giorno prima di Ferragosto. Tutti sono in ferie, la città è deserta e io vado al pronto soccorso (Triage si chiama ora). Prendo il mio numerino, sono il 92. Mi chiamano, mi danno un altro numerino, 41 bianco e aspetto (potete giocare i numeri sulla ruota di Torino).
Mi chiamano. Una simpatica infermiera sudamericana mi ficca delle gocce in un occhio con la delicatezza di Bud Spencer e mi lascia in uno stanzino al buio. Dopo un po’ mi accorgo che non sono solo. Occhi serrati e orecchie tese e inizio ad ascoltare le storie di tanti che aspettano, anche loro con le gocce negli occhi, anche loro momentaneamente al buio. Mi sale l’ansia.
Mi chiamano. Mi mettono un po’ di gocce, una specie di anello di gomma nell’occhio (lo consiglio, un piacere senza senso) e mi flashano con luci bianche per dieci minuti (anche questo lo consiglio, divertente come mettersi un cactus sotto le ascelle).
Dopo la tortura il medico, che ha già il costume addosso e le pinne ai piedi, mi dice che non ho nulla, solo un po’ di “sporcizia”. Qualche pastiglia e mi passerà. Anzi no. Dice che non passerà, ma che intanto mi dimenticherò di vedere punti neri ogni tanto.
Mistero. E le pastiglie a che servono? – chiedo io. Forse a qualcosa servono – risponde lui, mentre esce cantando Vamos a la Playa con l’infermiera sudamericana.
Esco, barcollo, non vedo quasi nulla e mi sento come sotto LSD, senza sapere come si stia sotto LSD.
Incontro per la prima volta Luca, in presenza del di lui padre, il Gomma, e mi butto a casa a pensare come non passare in modo originale il Ferragosto. Non l’ho mai fatto in vita mia, perché iniziare domani? Anzi, no oggi.
Buon Ferragosto a chi ci tiene.
Tornato a casa, tornato al blog
Ecco torno, apro la porta e cosa vedo?
Un gran casino. Post di qua, commenti di là. Per terra un sacco di feed, mi ci vorranno ore per raccoglierli.
Le mie piante di pomodorini non ci sono più, sono state sostituite da piantine con le foglie strette, sembra salvia, ma non profuma di salvia. In giro c’è un gran disordine, non capisco perché ci siano il Libro Cuore e il Signore degli Anelli sul divano, di fianco ad una scatola vuota con su scritto Smith & Wesson (a pallini) e un sacco di robottini giocattolo aperti con cavi elettrici tutt’intorno. Non capisco. Appena torna il custode gliene dico quattro. Col cazzo che lo pago!!!
Intanto ho come la sensazione che il blog non sia vuoto. Mi sento spiato. Sarà solo una sensazione.
Pietro, se ti becco…Aargh!
Per i post seri e di resoconto sulla vacanza in Provenza ne parliamo poi. Intanto godetevi il viaggio del Suzukimaruti, sta scrivendo cose di cui credo parlerò un po’ anche io. Con calma e voglia.