La speranza di Irina e l’universo parallelo

Irina ha poco più di quarant’anni, il volto scavato dal lungo viaggio, oltre trenta ore passate su un autobus. Irina è romena, ed è arrivata in città da poco. Nelle sue borse il peso di una vita, vestiti, oggetti, documenti, qualche ricordo, un pacchetto con gli avanzi di cibo del viaggio.
Irina non parla italiano, conosce solo pochissime parole. Arriva nel tardo pomeriggio al terminal del bus, davanti all’orrido palazzo di Giustizia, di fianco alle cancellate di uno dei tanti cantieri della piccola metropoli del nord ovest italiano. Lì “sbarcano” a decine, lì in un piccolo bar si consumano arrivi e partenze, si prendono i primi caffè dopo il lungo viaggio o prima del lungo viaggio. Lì decine di romeni aspettano, alcuni spauriti e disorientati, altri silenziosi e minacciosi.
Irina è, dopo pochi minuti, sotto i portici di un bel palazzo nuovo, piange, si lamenta, si muove spaurita. Avvicina una coppia di Italiani, due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e con il suo accento marcato prova a chiedere aiuto: “non parlo bene, scusate disturbo”… Irina è stata rapinata da tre suoi connazionali che fingendosi amici l’han portata con le sue borse pesanti sotto i portici scuri della casa ancora priva di luci e di vita. Le hanno portato via tutti i soldi, l’hanno lasciata sola e disperata con le sue borse aperte e il terrore negli occhi.
I due ragazzi la aiutano. Le chiedono cosa è successo. Chiamano la polizia.
Il poliziotto solerte chiede informazioni dell’accaduto… ma Irina non è stata aggredita, Irina non è stata ferita (fisicamente), Irina è ancora viva.
“Ditele di andare con un taxi in Questura dietro alla Cernaia” dice la voce del solerte poliziotto assicurando che una volante è già in zona alla ricerca dei tre fuggitivi.
Ma Irina non ha soldi, Irina non sa cosa deve fare.
“Non possiamo mandare una volante se la signora sta bene, accompagnatela voi in questura se volete” ripete ancora l’automa dall’altra parte del telefono.
Il ragazzo italiano esterefatto chiude la conversazione, da il telefono alla donna impaurita che riesce a contattare in modo concitato il suo contatto romeno a Torino.
I ragazzi la accompagnano di nuovo alla fermata del bus, con le sue borse pesanti, il passo di Irina è incerto e spaventato.
Il “contatto” torinese di Irina arriva. E’ una donna, spaurita anche lei. I due ragazzi la lasciano nelle sue mani, sperando che l’avventura di Irina prosegua meglio di come è iniziata.
Mentre se ne vanno i ragazzi allungano lo sguardo sul bordo della strada, vedono per qualche minuto un universo parallelo che neanche immaginavano potesse esistere. Non sembra abitato dalla gioia, ma sicuramente è intriso di speranza e di fede.
La stessa che ha portato qui Irina. La stessa che ha condiviso con i due fortunati amici italiani.
In bocca al lupo Irina.

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