Il partito dei compromessi falliti

Il popolo se ne vaForse è così. Forse non si fonda un partito sui compromessi.
Forse non si fonda solo sugli equilibri interni.
Forse quando, qualche anno fa, siamo usciti dal Lingotto con le lacrime per la nascita del Partito Democratico, dopo anni e anni di travaglio sapevamo già – in cuor nostro – che non poteva funzionare.

Tanta brava gente, tanti bei valori, tanta storia ma troppi compromessi.
Troppe storie diverse e difficili da amalgamare sotto un unico stemma, con un modo di fare politica che già allora scricchiolava parecchio. Come giocare una partita di calcio con 4 portieri e 7 difensori. Anche vecchiotti.

Pessima comunicazione, pessima gestione dei “piani alti” e visione poco chiara delle cose contrapposta a una base di elettori e iscritti che non ha mai digerito le scelte dei vertici, considerate sempre troppo poco coraggiose a fronte di un impegno “territoriale” concreto, pulito e rispettato dalla gente.

Ora il PD è diventato quella scatola vuota che tutti temevamo.
Bersani è una brava persona sicuramente, ma non è un leader, non è il fine stratega che serve a traghettare una forza politica così “pesante” sul fronte del “progressismo” più concreto.

Popolari e Diessini uniti hanno formato un grande Partito Conservatore. Pieno di anziani, pieno di idee dello scorso secolo. Lento e immobile.
Fa un po’ ridere, ma è proprio così.

Detto questo. Io rimango di sinistra. E se qualcuno mi dice che sinistra, destra e centro sono la stessa cosa gli tolgo il saluto.

Incrociamo le dita. Sono del Toro e di Sinistra, sono pronto a tutto.

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Il giocattolaio

In questi giorni sto vivendo sensazioni particolari. Ho comprato un carro del Far Wplaymobil beatlesest dei Playmobil a Lorenzo, perché era malato e un regalo nuovo aiuta sempre a esorcizzare il brutto momento, soprattutto perché le prospettive erano diverse: pensavamo di festeggiare la Pasqua al mare e anche lui un po’ ci sperava.

Il carro del Far West ce l’avevo anche io, era più naïve e meno fighetto ma quello nuovo è riuscito lo stesso a farmi affiorare un sacco di ricordi di 35 anni fa circa. Ops! 35 anni fa…

Oggi i bambini hanno un rapporto completamente diverso con i loro giocattoli. Ne hanno generalmente molti di più e li ricevono anche al di fuori delle canoniche occasioni “da regalo”. Per noi bambini degli anni 70 i regali erano in arrivo solo a Natale e al compleanno, raramente alla Befana o all’onomastico (ma erano di portata minore, infinitamente minore). Generalmente c’era qualche speranza alla visita di qualche parente lontano o occasionale e in rare altre occasioni. I regali delle merendine o delle uova pasquali erano uno splendido tappabuchi e soprattutto per chi, come me, non viveva in mezzo all’oro, erano spesso un ripiego fondamentale e low cost per poter diversificare un pochetto rispetto alla routine quotidiana. Ci arrangiavamo un po’ con quello che avevamo ed è anche per questo, credo, che impazzava molto di più il pongo o il DAS, perché ci permetteva di creare giochi che non avevamo e soprattutto che forse non avremmo mai potuto avere.

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L’uomo forte


gogna
È endemico. È nella nostra natura di Italiani. Abbiamo bisogno dell’uomo forte. Il capopopolo. Quello che distrugge i nemici e prende in mano le sorti di un popolo un po’ bellicoso e litigioso, ma molto pigro e indolente.

Siamo abituati così. Gli arroganti piacciono, quelli che la sparano più grossa fanno faville, raccolgono il coro dei “poco” pensanti, del borbottoni, di quelli che sanno tutto ma in sostanza non fanno nulla.
È sempre stato così. Deriva dalla nostra storia, da come è nato il nostro Paese.
Partiamo dai Romani (addirittura?). Qualche tempo fa lessi, non ricordo dove, che anche se eravamo il centro di uno dei più grandi Imperi della Storia, i “Romani” non sapevano assolutamente cosa succedeva nei territori conquistati e alla frontiere. Uno dei miti dell’Invasione Barbarica insegnata nei libri di storia è proprio che a un certo punto i Barbari fossero arrivati debellando eserciti imbelli che non avevano voglia di difendere i confini. In realtà i confini erano protetti da milizie locali al comando di patrizi locali, spesso neanche consapevoli della “politica” romana. Questa digressione per dire che, in realtà, poco al di là dei confini dell’area intorno a Roma il resto degli Italiani non si sentiva per niente Italiano e quando scoppiava qualche minimo moto di rivolta questo era sempre sedato dal patrizio romano insediato nel territorio, e magari dalla piccola guarnigione in grado di disperdere con il sangue l’abbozzo di rivolta. Nei libri di Storia ci hanno parlato di “Romani” e invece eravamo, anche solo nella penisola, una accozzaglia di tribù ben assoggettate e gestite con la mano rigida dei militari e con qualche buona innovazione, come le strade (per far muovere velocemente truppe e merci) e dalla posta, che non era certo destinata al popolo (non si spedivano molte cartoline all’epoca).
Torino ne è un esempio. Non eravamo una città romana, ma un presidio armato molto molto definito e strutturato. Un enorme centro difensivo, che è rimasto simile a sé stesso per secoli e che in parte gli stessi Savoia, a distanza di secoli, hanno ristrutturato e poi ben organizzato sulla base del castrum romano.

Quindi identità nazionale nessuna. Non ve n’è traccia.

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