La città in vacanza… (prima parte)

La città si svuota.
Da lunedi scorso è possibile arrivare in ufficio senza:
– Incontrare pericolose mammine dotate di camion (SUV) che guidano male e di fretta e soprattutto parcheggiano in terza fila (male).
– Vigili nazisti che impongono tempi di 5 secondi per il rosso e il verde e che non si curano nel frattempo delle nefanderie delle suddette mammine e affini.
– Passare in mezzo ai centocinquanta cantieri della metropolitana, delle olimpiadi, del passante, ad una velocità superiore a quella di una lumaca zoppa.
– Tirare in ballo Santi e Madonne ad ogni temerario incrocio.

Questo durerà si e no tre / quattro settimane. E’ una sorta di cura disintossicante per cittadini pentiti.

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Due giorni

Due giorni per sapere se la squadra che amo da sempre rimarrà in “vita”.
E’ vero il calcio non è più quello di una volta.
Non è più l’epoca del Toro.
Ma è anche vero che senza Toro è come vivere senza un pezzo di cuore.
Suz dice che solo le cose che muoiono meritano di divenire a tutti gli effetti un mito, una leggenda.
Forse è vero. Ma io voglio il mio mito vivente… Il mito che mi portava da piccolo allo stadio.
Il mito che mi faceva piangere di gioia e di dolore.
I miei figli dovranno vedere il Toro giocare, non il Toro solo nelle foto d’epoca.
Ma noi possiamo fare poco. E forse il nostro Toro è già un ricordo.
I Granata vivono di ricordi e di miti e forse è per questo che quando tra due giorni ci diranno che non esiste più, saremo affranti, distrutti e sconsolati, ma preparati. Sappiamo che non può andare bene. Che siamo nati per stare sempre sul filo della gioia e del dolore. Questa è l’essenza del Granata doc. Quell’essenza difficile da capire che non ci abbandonerà mai. Anche dopo il 12 luglio.

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