Fratello e nipote. #bellicomeilsole

I bambini sono dei grandi insegnanti. Lo pensavo qualche anno fa mentre, da animatore turistico, giocavo con loro nelle tante serate passate a giocare insieme. Lo penso ora che da papà ho la fortuna di vedere crescere mio figlio, con i suoi errori grammaticali, le sue domande, le sue meravigliose frasi strampalate (ma ricche di significato) e la sua innata voglia di giocare, giocare a ancora giocare.
Da adulti ci dimentichiamo la spontaneità. E questo lo sappiamo, è quasi una frase fatta. Ma ci dimentichiamo anche che il gioco è un momento importante, di socialità, di crescita collettiva e un modo per imparare, ma è soprattutto qualcosa di estremamente bello e rilassante.
Ci dimentichiamo anche che il gioco è il gioco. Una cosa in sé semplicissima, ma che anche serissima e che richiede dedizione e tempo.
Noi ritagliamo troppo poco tempo per il gioco e siamo sempre comunque bloccati da mille altre cose che possono sembrare più importanti.
Qualcuno obietterà che se non si lavora non si può vivere. Ma viene anche da dire che una vita senza un po’ di gioco e spontaneità ha veramente poco senso di essere vissuta.
E nel suo piccolo so che il mio bimbo sta cercando (con successi alterni) di insegnarmelo.
Al di là di tutte le difficoltà, al di là di tutte le incomprensioni e le insidie che ti si parano davanti. Al di là della mediocrità e del disfattismo vincerà sempre la tua passione e la voglia di cambiare il mondo, anche solo nelle piccole cose, nei particolari, nelle sfumature di colore che non sono armoniche con il tuo stare su questa terra. Pari tra i pari. Vincerai se ti darai uno scopo per minimo che sia. E gli altri non potranno fermarti, perché la forza delle idee (e lo so che le hai) spaventa e disturba. Vivi per migliorare questo mondo. Vivi per sentirti vivo. E che si fottano tutti quelli che non vogliono ridere e gioire insieme a te in questo fantastico gioco che, nel bene e nel male, dobbiamo imparare a tollerare e amare tutti i giorni. Vivi.
Qualcuno dovrebbe pagare per una cosa simile.
Buttare via il cibo solo per effettuare un test radical-chic sulla pelle dei bambini e soprattutto su quella di chi non può permettersi un pasto per sopravvivere è un “delitto” (nel vero senso del termine).
Leggetevi questa notizia (che è – ahimè – verissima)
ps. Nessun giudizio sulle diete “vegan”. Per me potete mangiare anche copertoni o tegole.
“Siamo finiti in un cul-de-sac”.
Lo sento ripetere molto spesso ultimamente. E ormai me lo dico anche da solo.
“Sono finito in un cul-de-sac”.
Ma di preciso cosa cacchio è?
Allora ho fatto il bravo e mi sono aperto Wikipedia, scoprendo che i “cul-de-sac” o “dead-end” (in inglese) sono oggi considerati banalmente “vie senza uscita” (nel senso letterario del termine): piccole strade che finiscono davanti a case o palazzi pubblici con una piccola rotonda per l’inversione di marcia.
In realtà sembra che l’origine sia dovuta all’uso in alcune città egiziane (molti secoli prima di Cristo) di far finire le strade in un vicolo cieco a scopo difensivo. Il nemico percorreva la strada angusta e tortuosa (magari in salita) e si ritrovava in una piazzetta senza via d’uscita. Un cul-de-sac appunto. Che poi non so come si dicesse in egiziano, ma tant’è.
Lì i difensori si divertivano a sterminare gli attaccanti con un lancio di oggetti quali pietre, lance, frecce e probabilmente anche un po’ di pece bollente (che non fa mai male).
Ecco.
Almeno ora sappiamo cosa è.
Ed è un periodo da “cul-de-sac” questo. Ma poi passa.
Basta comprare un buon elmetto.