Giancarlo is burning

Qualche notte fa è bruciato Giancarlo, il locale storico dei “murazzi” Torinesi. Un punto di ritrovo per i giovani, ma soprattutto nel bene e nel male anche un simbolo di Torino. Io non vivo più la “notte”, non frequento più i “locali” da tempo, ma la cosa mi turba lo stesso. Anche perché i ricordi delle notti ai “Muri” e da “Gianca” sono un pezzo di me e del mio passato.
Giancarlo brucia (foto La Stampa)Non ho mai amato quel locale, ho sempre storto il naso quando mi si diceva che si poteva “far mattina” da Gianca. Ho sempre respirato male nello spazio buio di quel locale e ho sempre pensato che ci fosse una situazione di “insicurezza” tutt’intorno. Ma non ricordo più quanti amici o amiche ho recuperato davanti a quelle arcate, dopo una birra di troppo, una litigata funesta, una festa finita, chissà come mai, quasi sempre con una sbornia malinconica.
E ora Gianca è bruciato.
Molti dicono che fosse il luogo di incontro della Torino multietnica, dei torinesi che non amano le etichette e i salotti “buoni”. La giovane borghesia alternativa torinese l’aveva eletto come simbolo. Un piccolo porto franco fatto di piccole trasgressioni e di poca cura per l’aspetto estetico, per le mode, per il tempo che passa. Gianca era lì da decine di anni. Era lì all’inizio, quando i Murazzi si trasformavano da magazzini a locali notturni e diventavano il “lungomare” di Torino. Era lì anche dopo l’alluvione del Po, era lì durante il “momento olimpico” pieno di giovani di tutte le nazionalità, era lì durante il lancio della Nuova 500 la scorsa Estate. Era lì da sempre.

Sempre uguale a se stesso, così come il suo padrone e ideatore, il “cappelluto” Giancarlo. Personaggio ruvido e poliedrico, simpatico a pochi, conosciuto da tutti. Gianca era il limite estremo, il confine che non era il caso di valicare, prima della zona “oscura” in mano alla criminalità, prima italiana, ora multietnica. Un confine che anche le forze dell’ordine hanno paura di valicare.

Ora Giancarlo non c’è più. Non so se preferirei vedere al suo posto uno di quei localini alla moda tutto plexiglas e metallo, neon e monitor al plasma… Credo di no. Forse lo vorrei rivedere come prima: una cantina con affaccio sul Po, un bancone sporco, litri di birra, fumo denso di spinelli e sigarette di fascia bassa e vecchi manifestini appesi e strappati sui muri. Cosa succederà non so, sicuramente non sarà, come non era prima, la meta delle mie serate.
Ma un simbolo che si spegne è sempre un piccolo lutto. Questo sì.

Add on #1 … un bellissimo post lo ha scritto Giorgio.

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2 commenti

  1. anche io l’altro giorno appena l’ho letto sono rimasto di stucco! mi spiace.. mi spiace un sacco.

    Non sono nativo di Torino, ma in questi anni ho avuto modo di conoscere a fondo la città (che pian piano la sento anche un pò mia).

    Mi ricordo la prima volta da Gianca… “ma che cazzo di posto è questo?”mi chiesi… e poi da li “chi disprezza compra”.. e senza rendermene conto una sera dietro l’altra al locale alla ricerca degli amici. Tanto si diceva sempre.. sul tardi passo da Gianca; una sorta di tappa fissa… da Gianca e poi da “Gino panino”.

    Mi dispiace… ora mi chiedo tutti quei ragazzi alternativi sinistroidi dove andranno il sabato notte.. sono curioso 🙂

  2. Non conoscevo quel locale (e a dire il vero non conosco niente dei murazzi) però il post è molto bello, tra malinconia e ricordo sensa mai scadere nel melenso.
    Un saluto, W