Gli spaghetti del Rosso

achille pontieriPaolo “il barcaro” per commemorare il nostro Achille ha lasciato qualche post qui sotto un meraviglioso commento di ricordo.
Ne pubblico un pezzo, quello della ricetta. Per i posteri e per gli amici di Achy.

Spaghetti del “Rosso”

  • Una latta di pelati
  • Una grossa cipolla
  • Aglio
  • Basilico
  • Olio d’oliva
  • Un po’ d’origano

In un tegame versare l’olio, i pelati, la cipolla affettata grossolamente, e il basilico.
Accendere il gas, dolcissimo, e continuare a mescolare per un po’ e poi coprire.
Scaldare l’acqua per gli spaghi, che lo ripeto, devono essere del 5.
Quando bolle lessare gli spaghi al dente. Porca merda, ho detto al dente!
Mentre vi fumate una Marlboro (non ce ne frega niente se non fumate, mimate il gesto) fatevi un bicchierozzo di vino.
Una volta scolati gli spaghi incorpare il sugo.
Formaggio a piacere, un filo di olio crudo e l’origano.

Tutto qui? Tutto qui “una merda”! Questa è la ricetta per il sale della terra: L’AMICIZIA

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Libri libri libri e ancora libri (o forse no)

Frequento il Salone da anni, forse da quando esiste.  In diverse vesti, prima da scolaro, poi da studente universitario, poi ancora da standista e quindi come “espositore”. Non vi nascondo la mia passione per i libri anche se poi paradossalmente ne leggo pochi. Ultimamente per limiti di tempo e per “dovere/piacere” solo quelli di Codice. Senza mai perdere però un Camilleri o una Oggero.
Il Salone è caos allo stato puro. E un fiume di gente di tutti i tipi che si riversa negli stand, che legge alla veloce le prime pagine dei libri, che cerca i vip, che si danna alla ricerca di un panino abbordabile.
E’ sempre la stessa storia, lo ingrandiscono, lo riducono, lo spostano un po’ di qua e un po’ di là. E’ un evento – simbolo, quasi un pezzo di città e devo essere sincero mi entusiasma vedere tanta gente (ma tanta tanta) in cerca di un libro in un posto che di rilassante non ha quasi nulla.
Da due anni si parla tanto di ebook, di scomparsa della carta, di evoluzione dell’editoria. Ogni anno si dice che c’è la crisi, che la gente legge sempre meno. Eppure a guardare tutta quella folla e tutti quei libri (sono milioni, e alcuni sono incredibili – nel senso che non ti spieghi come mai li abbiano stampati) ti sembra di essere un po’ a casa.
Poi ci sono i Vip di sempre. I Gambarotta. Le Littizetto. Gli Umberto Eco. Qualche musicista, qualche decina di politici, uno o due calciatori e tanti giornalisti della TV e della carta stampata. Incontri gente che dovresti salutare, ma non ti ricordi bene perché. Incontri tanti blogger un po’ confusi (oggi c’era un raduno informale di blogger ante litteram, quelli che resistono nonostante faccialibro). Qualcuno ha scritto un libro altri partecipano a incontri che sembrano presi da scene di una fiction TV, con il twitter di ordinanza mandato a comando.
Poi ci sono le case editrici grandi, quelle medie e quelle piccole. La crisi la sentono tutti, ma tutti ci sono sempre. Ci sono anche quelli improbabili, quelli che non ti spieghi come facciano a campare e quelli che con i libri non c’entrano nulla (o quasi).
C’è sempre la mia mitica casa editrice dei Templari, che sforna ogni anno decine di libri sui… Templari. Ci sono le case editrici che pubblicano libri di cucina tibetana, quelle che pubblicano manuali astrusi e illeggibili, quelle che pubblicano cose che è difficile categorizzare.
Poi c’è la gente. Scrittori in cerca di gloria, quasi-scrittori in cerca d’editore. Protagonisti d’operetta che cercano le telecamere. Qualche pazzo. E soprattutto tanta gente che cammina, cammina, cammina e alla fine si arrende, e con i piedi gonfi come zampogne e borse di carta piene di cataloghi che non leggeranno mai, si dirige esausta verso casa.
La novità di quest’anno è la metro che finalmente collega anche il Lingotto con Porta Nuova. Sergio Chiamparino è già nel mio personale elenco dei Beati e dei Santi Subito.
Speriamo che il suo successore  sia all’altezza dei suoi illustri predecessori. Che un merito sicuramente ce l’hanno: non aver mai consentito a Torino di perdere il suo Salone.
Senza il Salone del Libro Torino sarebbe come una bella regina senza corona.
Viva il Salone. Viva il libro. Viva i personaggi da operetta.

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Tintura

L’uomo tinto mi fa impressione, e anche un po’ compassione.
Un po’ come l’uomo con il calzino corto bianco, le unghie lunghe delle mani o il riportino.
L’uomo tinto potente mi fa ancora più impressione e ancora più compassione. Può avere tutto dalla vita, ma non la giovinezza. Può dominare (o terrorizzare) il mondo, ma non la vita.
Saddam, Gheddafi, Mubarak, Donald Trump, … Silvio.
Certo che vedere anche un terrorista cattivo cattivo come Osama con la barba tinta fa un po’ pensare. Anche i nemici pubblici hanno il loro lato fashion e glam.
I potenti e cattivi del mondo alla fine davanti allo specchio tremano.

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Alpini e Giro in “Rosa”

Fotografie mentali e non di un week end “intasato” (anche se non vissuto).
Profumo di porchetta e farinata alle 8.50 di mattina in Piazza Carlo Felice.
Torme di penne nere alticcie e allegre a piedi e su ogni mezzo in girula per le vie del centro, della periferia, nelle fermate della metro, dentro la metro (che magicamente profumava di vino), dentro i bar, i negozi. Ovunque. In generale non mi piacciono i militari, ma in effetti gli Alpini mettono allegria.
Giro d’Italia sotto casa. Città festosamente tagliata a metà dalla carovana in rosa. Dirigibile della Good Year sulla testa. Addetti alla sicurezza ovunque e carosello delle festose vetture degli sponsor prima della gara. Asfalto rifatto in molti dei corsi attraversati.
Cavalletti e strisce di plastica bianco e rosse abbandonati in giro per la città.

Un week end denso. Non vissuto pienamente perché ero fuori città. Ma in sostanza, meglio molto che poco. E se quel molto mette il sorriso più che il broncio allora va bene. Qui sotto intanto alcuni Alpini cantano e si leva un fantastico profumo di braciola dal camper esausto ormeggiato nei pressi di un semaforo.

 

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Un bourbon e ginger ale per Achille…

“Ma tu cosa cazzo sai fare”?
Quando mi fece quella domanda avevo si e no 20 anni e non sapevo cosa rispondere. In fondo non sapevo fare nulla. Non sapevo nulla della vita, ma ero pieno di voglia di fare. Il problema è che mi nascondevo e la mia paura di “espormi” si vedeva lontano un miglio.
“So disegnare” dissi.
“E allora farai lo scenografo, datti da fare”. Si accese l’ennesima sigaretta e se ne andò via.
Mi sembrava uno “grande”, sicuro di sé. Forte, pronto alla risposta immediata. Difficile da abbindolare. Difficile da convincere su cose di cui non era convinto. Achille si presentava così, alto, statuario, affascinante, con il capello rosso e la carnagione chiara. Ma anche duro, motivato, risoluto, quasi militaresco. Poi andavi a fondo e scoprivi che dietro quella scorza dura c’era un pezzo di pane, una persona piena di dubbi e paure che la vita aveva messo di fronte a mille imprevisti e mille casini. Lui aveva scelto la strada del palco, della presenza scenica, dell’arte dell’animazione turistica (e quando dico arte dico “ARTE”).
Poteva apparire un po’ rozzo, un po’ troppo crudo. Poteva semprare cattivo e crudele, soprattutto quando si trovava davanti a delle “reclute” buone per il macello del lavoro di animatore. Quasi nessuno era alla sua altezza, pochi potevano sedere con lui al tavolo della vita per parlare di cose serie, di cose da “uomini”. Quando lo conobbi alla fine aveva solo 38 anni, e mi sembrava uno che la vita aveva torchiato duro. Il mestiere di giramondo e di animatore sembrava che lo avesse reso impenetrabile. E i suoi occhiali scuri erano sempre lì a ribadirlo.
Ma poi sul palco si trasformava. Un mostro di bravura. Un maestro per tutti. E la gente lo amava da impazzire, bambini compresi (che lui giustamente non “voleva in mezzo ai coglioni”).

Due altre volte mi fece domande a muso duro. Una alla 4 di mattina di una notte di Luglio, davanti a tutta l’equipe riunita.
“Se qualcuno ha intenzione di rompere i coglioni per quattro chiodi di merda che non sono arrivati da Torino è pregato di dirlo e di levarsi dai coglioni”
Il messaggio era per me e io ovviamente dissi “Io”, mi alzai e andai piangendo a farmi le valige. Ero stato licenziato.

Un anno dopo mi chiamò in ufficio e mi disse “Comunista del cazzo, hai voglia di fare qualcosa di serio o no?”. Ovviamente io dissi “sì” e senza sapere cosa aveva in mente mi misi in auto e approdai alla sua scrivania nel giro di pochi minuti. L’anno prima mi aveva licenziato l’anno dopo mi voleva come capo animatore.

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Nemico pubblico numero 1

Ci sono cose che noi persone “normali” non possiamo capire.
Una di queste è la politica estera e i rapporti di forza tra gli Stati e le Potenze Mondiali.
Noi non possiamo capire, perché semplicemente non ci diranno mai la verità.
Forse è stato sempre così. Non credo che i romani che vivevano vicino al Vallo di Adriano conoscessero la politica di Roma e non credo che noi miseri spettatori sappiamo minimamente cosa è VERAMENTE successo in mille episodi della nostra storia contemporanea.
In Italia, negli USA, in Medio Oriente, in Vietnam, ovunque…
Non sappiamo nulla. O meglio, sappiamo sempre meno. Dalle guerre moderne (dalla prima guerra in Iraq in poi) la verità è un “danno collaterale”.
Ieri han preso il pericolo pubblico numero 1, Osama Bin Laden. Ai pensionati di Falchera (quartiere di Torino) l’episodio non cambia molto la vita. Avranno sempre come grande problema della vita la coda da fare all’ASL e la fermata del tram troppo lontana da casa.
Al pescatore di Salmone di Östergötland in Svezia non interessa molto sapere se il tizio che han preso era proprio Osama, un sosia, il figlio o una comparsa di Hollywood. Interessa sapere quando arrivano i salmoni, accompagnati magari da qualche simpatico turista.
Viviamo un un modo globalizzato dove forse ci raccontano un sacco di balle, ma ci viviamo, facendo finta di condividere tutto, dalla musica, ai jeans, dai videogames al dentifricio Colgate. Invece siamo lontani. Molto lontani. Le civiltà si sono allontanate, o forse non si sono mai avvicinate.
Siamo in guerra, il mondo è in guerra, eppure tutto scorre con tranquillità. Si dice che sia sempre stato così. Mia nonna diceva che infondo nella Pianura Veneta se non fosse stato per qualche gerarca fascista di troppo e per qualche bomba lanciata a caso sui ponti del Brenta dagli angloamericani, non si sarebbero accorti molto di essere in guerra. Facevano la fame prima, la facevano un po’ di più durante il conflitto.
Oggi ci sono circa 100 conflitti in atto, alcuni dei quali alle nostre porte (Libia? Israele? Cipro?) e non ce ne curiamo, anche perché la guerra, nella sua evoluzione naturale e globalizzata, non è più di trincea, non è più combattuta collina per collina. La guerra è mediatica, presente e impalpabile, imprevedibile e irreale.
Mettiamo che domani salti in aria la Stazione centrale dei treni di Londra. Sarà stato al-Qaida? Saranno stati i terroristi dell’IRA? Oppure chi?
Non lo possiamo sapere.
Basta ricordare cosa era successo con l’antrace negli States pochi anni fa
Ma il punto è… Noi non sapremo mai la verità. Un po’ perché ce ne freghiamo (non è sotto casa, non è nel mio cortile, quindi…), un po’ perché non ci diranno mai nulla (e Wikileaks insegna). Prendiamone atto e andiamo avanti, finché l’ultimo TG non ci avrà fatto rivedere centinaia di volte quello che dobbiamo e possiamo vedere.
E noi Italiani abbiamo anche la fortuna di vedere il tutto commentato (nel dettaglio) da Belpietro, Fede e Vespa.  Che fortunelli che siamo.

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