Pile, orologi e complessità

Avevo tre orologi da polso scarichi. Due di questi da quasi un anno.
Mi decido, vado a far cambiare la pila. Operazione complicata.  Tutte le volte una rogna.

A – Salve, devo cambiare la pila di questi orologi
O – Mmm… due su tre hanno un sistema di apertura complicatissimo…
A – Beh, lei è un orologiaio quindi…
O – Non è una cosa così facile.
A – E’ difficile?
O – No, ma è lungo, è tutto tempo che porto via a cose più redditizie.
(il negozio è vuoto)

A – Capisco.
O – Glielo faccio questa volta, ma la prossima…
A – La prossima li butto via e ne compro tre nuovi…
O – (mi guarda male)

Alla fine: 20 minuti, 5 euro a pila. Niente scontrino.
Esco dal negozio e manco mi saluta.

Italia.

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L’Italia del futuro è già qui

Questa notizia non so perché ma mi fa sorridere e mi riempie di allegria.
Fossi leghista sai che mal di pancia… 🙂

“Mohamed” batte “Giuseppe”. Gli imprenditori milanesi parlano sempre più straniero: dopo “Maria”, infatti, al secondo posto tra i nomi più diffusi di titolari di nuove imprese compare oggi “Mohamed”, che precede di un soffio “Giuseppe”. Non solo. Tra i parrucchieri, fra i dieci nomi più diffusi nel corso del 2010 ben 8 sono cinesi. Il signor Hu è anche il nome più comune tra i nuovi proprietari di bar. Riprova, questa, del carattere sempre più multietnico del nostro Paese.
(da Repubblica)

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Arroganze Marchionniane

FIAT

Tutta la faccenda FIAT mi lascia un po’ perplesso. Anzi, molto perplesso.
Il sig. Marchionne, autorevole manager italo-canadese sembra aver vestito la calzamaglia di Superman e dall’alto della sua stanza al 5° piano della palazzina Lingotto si è forse scordato tante cose.
– Ha una azienda che fa poca innovazione e che mira a riempire di lamiere l’Italia più del dovuto (sesti al mondo per numero di nuove immatricolazioni).
– La FIAT ha usufruito in questi anni, anche sotto la sua direzione, di notevoli contributi statali, non soldi diretti, ma cassa integrazione, pagata con le pensioni di tutti gli Italiani. Non di Canadesi, Cinesi o Americani.
– FIAT è l’INDUSTRIA italiana. Non è una semplice fabbrichetta.
– Il modello americano (o canadese) che tanto gli è caro non ha garantito Chrysler, né tantomeno Ford o General Motors da tonfi finanziari che si sono uditi molto bene anche qui oltre oceano.  Ma non poteva andare a dirigere solo la Chrysler per salvarla dalla “pauta”?
– In Italia ci sono molti operai “anziani” (over 50), il ritmo di lavoro proposto potrebbe essere parecchio difficile da gestire per loro…

Detto questo sicuramente Marchionne vincerà.
C’è la crisi, nessuno si sogna di perdere il lavoro, e i sindacati lo sanno e faranno il possibile per perdere meno pezzi possibile.
E poi ieri Silvio (se lo ricordino i suoi elettori che lavorano in FIAT) ha detto “Se Marchionne perde è giusto che la FIAT vada fuori dall’Italia”…

La cosa che angoscia è pensare che un personaggio di questo spessore (un ottimo manager) utilizzi una diplomazia così ruvida.
Se Gianni fosse ancora in vita forse questo non sarebbe successo. Anche l’immagine della famiglia ci rimette e non poco. Ma diciamolo – Chi se ne frega dell’immagine della Famiglia – qui sono in ballo le vite di molti operai e anche di una città che ancora poggia (purtroppo, ma sempre meno) su Mamma Fiat.

Per concludere penso che stiamo vivendo in un’epoca molto buia. Dove il rispetto delle persone è merce di scambio e dove tutto tende al grigio e all’abbruttimento. Si parla di “innovazione”, di “ecosostenibilità”, di “green power”… E non si parla di famiglie che non riescono a incontrarsi intorno a un tavolo per colpa di turni feroci in fabbrica, come succedeva a inizio ‘900. Di famiglie che non possono andare al supermercato o al mercato rionale, ma solo al discount.

Stiamo tornando al passato. Davanti a tutto c’è il profitto e la finta “modernizzazione” del lavoro.
Cosa c’è di moderno in turni da 10 ore con pause di massimo 10 minuti ogni 4 ore?
Qualcuno me lo spieghi. Ma prima di parlare provi a calarsi con il pensiero dentro a una catena di montaggio, in piedi a fare sempre le stesse cose per 10 ore.

(Detto questo, io in Fiat, grazie a un po’ di tempo speso a lavorare per progetti di comunicazione per loro, ho visto anche il top degli incompetenti e dei fancazzisti… Ma non erano operai).

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C’è il CES…

(Post geek e un po’ nerd,  comunque leggibile. Se vi va)

Il titolo è quel che è, di meglio non mi veniva in mente.
In questi giorni a Las Vegas c’è il CES. Il Consumer Electronic Show, che va “in onda” dal 1967. Un evento che mi ha sempre affascinato, soprattutto per l’attuale cornice: un mega albergone di Las Vegas e per il ben-di-dio di tecnologia che viene presentata dalla grandi case per l’occasione.

Al CES di solito ci si fa una grande scorpacciata di tecnologia. Di quella che conta. Di quella vera (al CES fu presentato per la prima volta il CD, il DVD e anche il Video registratore), ma un po’ con il taglio alla “ammericana”, tanta enfasi, luci, lustrini e paillettes. Nell’anno della crisi magari non è e non sarà così, ma forse i brividi “digitali” saranno comunque garantiti dalle tante novità e dai tanti personaggioni invitati agli speach.

C’è da dire però che generalmente chi conta davvero non c’è. Ovviamente parlo (anche) di Apple, tra i pochi produttori / inventori che generalmente non appaiono, ma vincono le sfide. C’è Microsoft, che continua a dichiarare cose senza senso (sistemi operativi per Tablet pronti solo nel 2012) e a far di tutto per non stare al passo con i tempi (perdendo colpi anche grazie a quel buon tempone di Ballmer).

Scrivo del CES perché ieri ne ha parlato la Rai, e poi anche Mediaset.
Forse avevano lo stesso inviato a Las Vegas e ne hanno approfittato. I due servizi, quasi identici, sono stati un inno alla goffaggine tecnologica giornalistica, cose che a Wired Italia in contronto possono ambire al Pulitzer della tecnologia per obiettività e preparazione.

Alla frase  “sono stati presentati i primi Tablet!”  elaborata da uno dei due giornalisti, ho avuto un conato di vomito. Quando “argutamente”, sempre uno dei due, o tutti e due, ha iniziato a dire che il tablet si connette al “wireless” e che permette di vedere i film in alta definizione, magari anche in macchina, ho ululato.

Il futuro sarà dettato dalle nuove tecnologie. Qualche pezzo di futuro è già dentro alle nostre case e nelle nostre tasche.
Tutto, cambierà o già sta cambiando. Compreso il mondo del giornalismo. Ecco, mandare due cristiani a migliaia di chilometri di distanza per fare un servizio e farci sapere (nel TG nazionale delle 20) che i tablet si connettono al wireless è sicuramente quel che rimane di una professione che in Italia non ha mai avuto grandi rappresentanti. In campo tecnologico poi praticamente nessuno.

Sentir parlare di media e tecnologia i giornalisti italiani è come prendere lo stipite della porta la notte, mentre uno va a fare la pipì.
Mi fa sempre quell’effetto lì.

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