Torino, tutto nasce qui e poi va via

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Torino è una città speciale, un laboratorio a cielo aperto, da sempre. Sin dalla fine dell’800 (e forse pure prima). Nasce qui l’Italia (per volere di un Re che non ne aveva poi tanta voglia). Torino torna città di frontiera, nobile, ma abbandonata con l’Unità d’Italia e la capitale che finisce a Firenze e poi Roma.
Ma rimane elegante, regale, ordinata e aulica. Unica.
Diventa la città dell’Industria, della meccanica, dell’energia, dell’automobile.
Diventa la città dove nasce la moda, il cinema, la TV, la radio, la telefonia, gli Mp3, ecc. ecc. (la lista è lunghissima). Per non parlare dell’aperitivo, del tramezzino, del caffè e del cioccolato.

Sappiamo tutti che quelle cose non ci sono più e che – seppur nate sotto l’ombra della mole – sono migrate da altre parti, sposate o copiate da città più ricche e pragmatiche.Nel 2006 la grande sfida olimpica, molto osteggiata dalle altre città che poi – a edizione in corso – la snobbano (è solo un’Olimpiade Invernale infondo).

Diventiamo la città del gusto, dello Slow food, dell’antipatico, ma eclettico Farinetti con Eataly.
Da 28 anni era anche la città del Libro. Ora, forse, pure quello emigra in altri lidi (Milano, anzi no, Rho) senza molta opposizione e con una forte ennesima delusione.
Torino non si fermerà, è nel suo DNA essere in movimento, essere avanti, precorrere i tempi e vincere i record.

Cosa ci inventeremo domani? Sicuramente qualcosa che poi gli altri ci copieranno o ruberanno. È un male tutto ciò? No, forse no. Al di là delle polemiche siamo sempre quelli che partono e siamo sempre quelli che gli altri inseguono.
Magra consolazione per noi torinesi? No, un vanto, che in stile sabaudo esibiremo senza troppo clamore e senza perdere la nostra eleganza.


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