Le spie

SpiaLe spie sono quello che sono. Spie.
Fanno una cosa che è incredibilmente semplice. Spiare.

Perché lo fanno? Generalmente perché glielo chiedono. Lo fanno di lavoro.
“Tu che mestiere fai?”
Faccio la spia.

Poi ci sono quelli che fanno la spia perché sono stronzi o pettegoli, ma questa è un’altra storia. Però in fondo, anche la spia “professionista”, nel suo piccolo, deve essere un po’ impicciona e pettegola. Immagino che al momento dell’assunzione ti chiedono se ti fa piacere o meno farti i cazzi del vicino o della sorella del tuo compagno di banco delle medie.

Negli anni le spie si sono evolute. Prima stavano in cima a una collinetta per vedere cosa facevano gli altri nell’accampamento vicino. E se vedevano qualcosa di strano correvano subito a riferirlo o accendevano un bel fuocherello.

Poi si sono organizzate meglio e si sono infilate tra le fila del nemico e hanno iniziato ad ascoltare in diretta o di nascosto. I castelli medievali erano in alcuni casi organizzati proprio per evitare che ci fossero angoli in cui una spia potesse nascondersi o l’esatto contrario: venivano ricavate finte pareti in cui far nascondere una spia per spiare anche i propri parenti. Lo sappiamo, lo abbiamo visto mille volte nei film, più che nei libri di storia scolastici.

Senza le spie spesso le guerre sarebbero durate molti più anni. Ma anche senza le spie, forse, in alcuni casi, non sarebbero mai iniziate.

Poi è arrivato James Bond e tutto il resto.

Ora la tecnologia vuole che tutto sia spiabile. E’ facile farlo. Il solo problema è la quantità di Big Data a disposizione e la mancanza di tempo per gestire tutte le informazioni nascoste. Quindi, come ha detto ieri un valido “agente” intervistato dal TG2: “ci sono dei sistemi informatici intelligenti che ascoltano tutte le migliaia di ore di intercettazioni e se sentono una parolina chiave tipo “attentato”, allora si bloccano e segnalano”.

Ok. Tutto bello. Tutto divertente.
Così come è divertente che la Germania dica: “Spiare è un reato”. Ah si? E la Germania non ha un servizio di “spionaggio”? Che fanno le spie tedesche? Si guardano Wikipedia tutto il giorno?

La notizia di oggi di Putin che regala chiavette dati agli altri governanti con dentro microspie o virus trojan è la chicca. La ciliegia sulla torta.
Obama non sapeva nulla, ma non si scusa. Putin sapeva tutto e fa anche il gradasso. E gli altri governanti, intelligentissimi, ci sono cascati pure.

Ditemi voi se tutto questo non è un meraviglioso.
Gli Stati si accorgono che esistono le spie e che le grosse antenne di Echelon non servono per prendere meglio Koper Capodistria.
E’ tutto bellissimo.

Certo è che era molto molto più bello ed elegante Mr James Bond.
Almeno c’era un po’ più di fascino (e una Bond girl di cui parlare).

 

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Ma i “vegani” vengono da “Vega”?

Qualcuno dovrebbe pagare per una cosa simile.
Buttare via il cibo solo per effettuare un test radical-chic sulla pelle dei bambini e soprattutto su quella di chi non può permettersi un pasto per sopravvivere è un “delitto” (nel vero senso del termine).

Leggetevi questa notizia (che è  – ahimè – verissima)

ps. Nessun giudizio sulle diete “vegan”. Per me potete mangiare anche copertoni o tegole.

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Cul-de-Sac

“Siamo finiti in un cul-de-sac”.
Lo sento ripetere molto spesso ultimamente. E ormai me lo dico anche da solo.
“Sono finito in un cul-de-sac”.

Ma di preciso cosa cacchio è?
Allora ho fatto il bravo e mi sono aperto Wikipedia, scoprendo che i “cul-de-sac” o “dead-end” (in inglese) sono oggi considerati banalmente “vie senza uscita” (nel senso letterario del termine): piccole strade che finiscono davanti a case o palazzi pubblici con una piccola rotonda per l’inversione di marcia.

In realtà sembra che l’origine sia dovuta all’uso in alcune città egiziane (molti secoli prima di Cristo) di far finire le strade in un vicolo cieco a scopo difensivo. Il nemico percorreva la strada angusta e tortuosa (magari in salita) e si ritrovava in una piazzetta senza via d’uscita. Un cul-de-sac appunto. Che poi non so come si dicesse in egiziano, ma tant’è.

Lì i difensori si divertivano a sterminare gli attaccanti con un lancio di oggetti quali pietre, lance, frecce e probabilmente anche un po’ di pece bollente (che non fa mai male).

Ecco.
Almeno ora sappiamo cosa è.
Ed è un periodo da “cul-de-sac” questo. Ma poi passa.
Basta comprare un buon elmetto.

 

 

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Perché Presadiretta ha sbagliato

Ieri sera è andata in onda la puntata di PresaDiretta chiamata “Ricchi e Poveri“.

Sono un estimatore della trasmissione, ma secondo me ieri hanno toppato e non poco.
Lo so che sono di parte e che amo la mia città alla follia, ma il servizio su Torino è stato impostato male e in modo assolutamente parziale e in questo decisamente deludente.

La crisi ha reso Torino una città povera. La FIAT lascia la città e migliaia di lavoratori dell’indotto a casa. La città muore, la gente è disperata.

Non dubito che in parte sia vero, ma le fabbriche hanno chiuso ben prima della crisi. E stanno chiudendo ancora. Il terziario e l’industria in città soffrono.
Ma se il primo forse ha subito i pesanti influssi della crisi, al di là di quanto abbiamo potuto e voluto fare la classe dirigente, la seconda è entrata in sofferenza molti anni fa. Direi ben oltre un decennio fa.

Torino con la fine della FIAT è cambiata. E’ per molti versi migliorata al di là di Olimpiadi o altri eventi di successo. Torino, dalla fine degli anni 90 in poi è un’altra cosa. Irriconoscibile per molti versi. Una metropoli che si è ricostruita da zero diventando meta turistica e centro culturale di eccellenza europea se non mondiale. La crisi ha segnato dei forti rallentamenti verso la completa metamorfosi, ma il quadro che emergeva dal servizio di PresaDiretta non ha messo a confronto le due Torino, ha semplicemente detto che Torino è morta. Torino è la Detroit d’Europa e sta facendo la fine della Detroit originale. Naviga verso il fallimento.

Non è vero. O magari è vero solo in parte. E dare una visione solo “laterale” di come Torino è nel male e non di come Torino si è difesa dalla crisi è parziale e sbagliato.
Un danno di immagine grave, un serio problema per la città. Per una città dalle mille eccellenze (e dai tanti problemi) che ha, a fatica, percorso la strada del rinnovamento e della de-industrializzazione è un colpo basso sotto la cinta. Per la RAI (e per il conduttore di Presadiretta) Torino è la capitale morente dell’Industria italiana. Punto.
Forse andrebbe rigirata la frittata chiedendosi se l’industria italiana esiste ancora. E forse Torino non è l’unico posto dove andare a guardare per capire il baratro in cui il comparto industriale italiano è stato spinto da imprenditori incapaci e politici incompetenti.

Spero che almeno il servizio sia uno stimolo per gli amministratori e che qualcuno reagisca. Leggendo qui e là non ho visto reazioni di nessun tipo. E questo sì, è un male oltre che un gravissimo errore.

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Come cambiano i tempi

Volevo titolarla in modo diverso, tipo “When I was young…” ma mi ha assalito un sussulto di tristezza.
Allora va bene “Come cambiano i tempi”.

jukeboxVolevo parlare di vacanze, ormai imminenti (almeno per me, visto che molti amici sono già quasi di ritorno). Volevo parlare di quando con incredibile frenesia aspettavo la fine della scuola e le poche settimane che dopo avrebbero portato me e la mia famiglia nei luoghi di origine (dei miei) e sulle dolci spiagge dell’Adriatico.

Ci si preparava sempre allo stesso modo. Sempre gli stessi rituali.
Mio padre controllava l’auto, mia madre preparava i panini e io cercavo di capire se avesse senso o meno portarmi dietro una tonnellata di giochi e di fumetti invece che quei pallosissimi quaderni con i compiti delle vacanze.

Rigorosa partenza alle 4 del mattino, prelievo della zia a Milano, panino con mortadella e vino bianco (non per me ahimé) in qualche bar sperduto sulla via Emilia.
L’arrivo al mare, il passaggio in spiaggia per scoprire se i vicini di ombrellone c’erano già (sempre gli stessi). Un rapido sopralluogo nei dintorni della casa per capire le novità (quasi nessuna) e scoprire eventuali nuovi negozi (rarissimi). Tutto all’insegna del “sempre uguale” (e la novità non era spesso digerita benissimo).

Io mi sparavo subito alla ricerca degli amici scoprendo che spesso erano più alti e cresciuti di me. Magari qualcuno addirittura già con la fidanzata o con un dito di barba sulle guance. Il ritrovo con la fidanzatina dell’anno prima con cui ti eri scritto durante tutto l’inverno era la fase più critica. Anche se spesso poteva serbare qualche piacevole sorpresa (in genere qualche taglia in più nei posti giusti). E poi le prime serate in giro con la hit del Juke box da suonare al momento giusto per far capire che “te ne intendevi”…

Una routine che ci dava sicurezza, che permetteva di sentire che “eravamo davvero in vacanza” e per quasi un mese.

Tutto questo, come è ovvio, non esiste più. E un po’ mi manca. Mai guardare indietro ma solo in avanti. No?
Però un po’ mi chiedo se non fossero più belle le vacanze così. Più semplici e meno ingarbugliate. Più sincere. Più vacanze.

Forse sì. Forse no. In ogni caso io da domani sono in vacanza.
Il blog sarà ancora meno aggiornato del solito. Ve ne farete una ragione.

 

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