L’indifferenza

34 vite (ma forse di più) perse nel Mediterraneo oggi a causa di una barca con 200 persone a bordo che si è ribaltata. Una delle tante, succede quasi ogni giorno. Vogliamo paragonare una tragedia a un’altra tragedia? No. Non si può. Ma le vite sono vite e nel mare, quel mare che consideriamo la culla della nostra civiltà, abbiamo ormai troppe tombe di innocenti e disperati senza alternativa alcuna. Muoiono tante donne, tanti bambini che non arriveranno mai con il loro nome e cognome sui nostri TG, sui nostri magazine on-line. Le chiamiamo “morti di serie B”, “negri che se la sono andata a cercare”, “potenziali terroristi in meno”. Ma sono solo morti. Madri, padri, fratelli, bimbi, tanti bimbi. Ormai siano sensibili solo alle tragedie di casa nostra, anche se questi poveretti muoiono a pochi km dalle nostre case. Questa è una piaga senza fine, almeno sforziamoci di non perdere quel che ci resta della nostra umanità. I bimbi di Manchester sono uguali a quelli morti nel Mediterraneo, senza se e senza ma e entrambi sono morti senza alcun senso, questo sì.
No, che per ora siamo ancora dalla parte dei “fortunati”, dovremmo iniziare a salvare vite, iniziando a combattere contro un brutto nemico: la nostra indifferenza.

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“Oh Andrea!”

Ci sono piccoli ricordi del passato che riemergono ogni tanto. Poi ci sono gesti che restano e che non ti levi più di dosso.
E io ne ho tanti collegati a Luisa, che oggi ci ha lasciato.
Quando ero piccolo lei era un po’ l’antitesi di mia mamma. Lei era irruente, super protettiva, un po’ casinista ed eccessiva in alcune cose, mentre mia madre era l’esatto opposto. Il fuoco e l’acqua o poco ci mancava. Ma andavano molto d’accordo e io andavo d’accordo con il figlio, anche se eravamo e siamo così diversi.
Luisa era la mamma del mio migliore amico, forse l’unico che posso davvero dire di considerare quasi il fratello che non mai avuto (e che tanto avrei voluto avere). I piccolo gesti quotidiani che mi sono rimasti addosso dell’infanzia hanno a che fare con i rituali di tutti i giorni e, anche a distanza di anni, di tanti anni, non te li scrolli più di dosso. Un esempio legato a Luisa? Quando mi soffio il naso penso a lei, sì a lei. Perché? Semplice, mi ha insegnato a soffiarmi il naso. Non la mia mamma, me lo ha insegnato Luisa con il suo “Oh Andrea! Dai che ce la fai!”, mi ricordo ancora il suo fazzoletto, per dire.
Un altro? Quando mi taglio i baffi (non lo faccio spesso) penso a lei. Come mai? Be’ è semplice anche questo. A 11 o 12 anni, non ricordo, mi ero tagliato i peli da adolescente che avevo al posto dei baffi (quelli sarebbero arrivati poi). Di nascosto presi la lametta di mio padre e “zac!” via tutto. I miei non se ne erano accorti o non me lo dicevano per non mettermi in soggezione. Mentre lei, con il suo meraviglioso accento fiorentino: “Oh Andrea ma come stai bene senza quei peli! Quando li ha tagliati? Anche Maurizio dovrebbe farlo”.
Ecco, sono piccole cose, tra tante. Lei era un po’ esagerata in tutto, dalle cose semplici ai momenti più “bui”. E questa caratteristica se l’è ereditata Maurizio, Claudio ha invece preso a piene mani dal babbo.
Potrei ricordare quando, per tornare a parlare con Maurizio che mi aveva (forse giustamente) fatto fuori come amico, chiesi a lei di poter intercedere. Eravamo per strada, sotto la mia ex casa. Piansi tantissimo quel giorno ma dopo poco vidi lei sorridermi dicendo: “Voi due site nati insieme e non vi staccherà mai nessuno, vai da Mauri adesso e fate pace”. Io gli scrissi una lettera chilometrica, ma alla fine bastò un abbraccio e tutto si risolse.
Non vado avanti, perché ho il nodo in gola.
Ricordati di noi Luisa e proteggi i tuoi gioielli dal posto in cui ti trovi. Ci do uno sguardo anche io a Mauri e Claudio. Cadesse il mondo, staremo sempre insieme, a giocare, a ridere e scherzare, come da quel primo istante in cui ci incontrammo.
Arrivederci.

 

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Pronti a fare un SalTo?

Eccoci alla 30a edizione. Quella che sancirà l’indiscussa supremazia torinese nel mondo dei libri e dell’editoria, dopo lo scossone causato dall’AIE e lo “scisma” d’oriente.
Ci riuscirà, di questo ne siamo certi.

Intanto qui trovate il programma del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Un programma che fa impressione.

Complimenti a tutto lo staff e ai cari amici che hanno contribuito a tutto questo.

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La parte bella di noi.

I bambini hanno i poteri speciali. Loro sono meglio di noi. Loro sanno cosa è il sapore della vita, lo stupore, la bellezza, la sincerità. Sanno fare le magie. Sono l’umanità bella, quella che quando fa domande si aspetta risposte vere. Quella che non ha interesse per le cose inutili. Quella che sa superare un momento brutto solo con l’amore. Sto imparando tanto da mio figlio.

Dovremmo tutti fermarci ad ascoltare la parte bella della vita. Quella che conta davvero.

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“Ha un sacco di like”

Ieri mia moglie, tornata dalla riunione di classe con le docenti e i genitori della classe di mio figlio (seconda elementare), mi ha comunicato che le docenti sono un po’ preoccupate: hanno visto aumentare esponenzialmente, in questi mesi e negli ultimi anni, l’influenza dei social media (e soprattutto di You Tube e Instagram) sui bimbi piccoli. L’influenza che si manifesta con la frase, forse presa in prestito da genitori o da fratelli maggiori, “Quel video ha un sacco di like“.

Subito dopo aver parlato con mia moglie mi è venuto in mente un bell’articolo di qualche tempo fa scritto da Piero Dominico su NÓVA, che ogni tanto vado a rileggermi e che vi consiglio.

Un tempo avremmo chiamato tutto questo “innovazione”, ora anche i più entusiasti (io ero tra quelli) si fermano davanti a qualche aspetto meno positivo e parlano di “cambiamento”. Innovazione è un concetto positivo. “Cambiamento” un po’ meno. È neutro.

Non sono in grado di dire se avere la “tecnologia” al centro sia diventato un problema, non ne ho la forza e neanche la capacità intellettuale, ma vorrei soffermarmi sui cambiamenti epocali a tutta la struttura sociale umana in tutte le parti del mondo che, con grande velocità, abbiamo visto comparire davanti ai nostri occhi. Parlo del mondo dell’informazione, della cultura, della politica, dell’intrattenimento, del commercio.

Quando, anni fa, lavoravo per un piccolo ma glorioso centro di ricerca ICT piemontese, ero uno dei fan più accaniti dell’idea di innovazione. Un’idea pura e anche – a guardarla ora – un po’ ingenua. Pensavamo alla tecnologia come un mezzo per raggiungere il futuro in fretta, all’arrivo del “mobile” come una grande opportunità e ai tanti nuovi contenuti “video” come una grande ricchezza che era lì, pronta per esser colta e distribuita a tutti. “Arricchimento” era la parola più usata. – Saremo più ricchi di sapere e combatteremo il digital divide perché tutti possano cibarsi di informazioni e contenuti, magari creati dagli utenti (UGC), gratuitamente e in tempi ristrettissimi – pensavamo.

Ora sono sempre più convinto che avessimo preso una cantonata. Un po’ come quei pionieri che pensavano che l’aereo ci avrebbe resi simili a Dio e indipendenti nei movimenti personali. O a quelli che credevano, negli anni ’80, che il Computer avrebbe, grazie alla sua potentissima capacità di calcolo, risolto i problemi dei ricercatori a caccia di rimedi a malattie tremende per l’Umanità.

Si diceva: la “velocità“. Nessuno pensava che i cambiamenti sarebbero stati così rapidi. Vedevamo solo cambiare la velocità dei nostri processori, ma non ci rendevamo conto che la Rete diventava sempre più permeante e che lo smartphone avrebbe nel giro di pochi mesi cambiato i destini del mondo. Neanche i costruttori “storici” di tecnologia mobile se lo sono immaginati. E quelli che dominavano (Nokia, Blackberry), non cavalcando l’onda (forse per caso forse per stupidità o arroganza), ci hanno rimesso pure le penne.

Poi è arrivato Facebook. Il “re” dei Social Network. La voce per tutti, sempre acceso, sempre connesso, sempre popolato, ricco di voci (soprattutto lamenti), ricco di tutto. Un mostro a cui tutti siamo attaccati. Un mostro che ha persino distrutto la tanto odiata e-mail. La prima cosa che facciamo la mattina appena svegli è guardare tra le sue notifiche o cercare nuovi messaggi su WhatsApp.

Il concetto di innovazione regge ancora, ma vacilla (almeno nei cuori dei primi amanti del web come il sottoscritto). Il dubbio che mi attanaglia è che il focus oggi non sia, soprattutto per le nuove generazioni, un paesaggio bellissimo o un bel quadro d’autore, ma il dito che lo indica, la foto che lo ritrae e che gira da un social a un altro. Più che un dubbio, una quasi certezza.

Cosa vuol dire per un bambino di 7 anni “Quel video ha molti like?”. Nella mia mente di innovatore ultra-quarantenne non vuol dire nulla. Ma in realtà vuol dire moltissimo. Vuol dire che siamo stati superati e che la velocità è molto sostenuta, più di quello che potessimo immaginare anche solo cinque anni fa.

Mio figlio sa già che può vedere tutto quello che vuole in TV. Si aspetta di poter rivedere un cartone animato se se l’è perso. Si aspetta di vedere subito tutto ciò che in quel momento gli interessa. Cosa gli rimane? Sta assorbendo informazioni davvero? Abbiamo una capacità così elevata come essere umani di subire questo tipo di sollecitazioni sociali e legate al contenuto?

E poi: il contenuto di cui fruiamo aumenta davvero il nostro livello culturale? Si solidifica dentro di noi, crea degli strati permanenti nel nostro bagaglio culturale? Secondo me no. Il video che “ha più like” è un video che ha valore non tanto per quello che contiene ma perché a tanti piace. E questo è un valore sì, ma non è un elemento che ne connota una qualità oggettiva ma “sociale”.

Se questi sono i canoni che i nostri figli stanno assorbendo non posso che essere preoccupato. E – attenzione – non mi spaventa l’essere sempre connesso e legato a un social network (cosa di per sé abbastanza disumana), ma essere connesso a un fiume senza controllo in cui non sia possibile trovare neanche un masso dove aggrapparsi. Noi “adulti” qualche freno lo possiamo trovare, ma i più piccoli ci riusciranno? Non ho una risposta a questa domanda. Ma solo la speranza che la mia sia una paura ingiustificata.

Forse le nuove generazioni scopriranno in fretta come usare davvero a loro vantaggio il cambiamento della nostra società e delle nostre abitudini.

Per loro infondo non è un cambiamento ma è la vita normale. Invece per noi adulti, oltre a essere paura, è anche nostalgia.

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Primavera

L’inverno aveva rinfrescato anche
il colore delle rocce. Dai monti scendevano,
vene d’argento, mille rivoletti silenziosi,
scintillanti tra il verde vivido dell’erba.
Il torrente sussultava in fondo alla valle tra
i peschi e i mandorli fioriti, E tutto era puro,
giovane, fresco, sotto la luce argentea del cielo.

La primavera, Grazia Deledda

 

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